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Alberto Pellai: l'intelligenza artificiale e il rischio per il pensiero

Secondo lo psicoterapeuta Alberto Pellai, l'intelligenza artificiale rischia di sostituire il pensiero pensante nei giovani. Qual è il ruolo dei docenti?

Alberto Pellai: l'intelligenza artificiale e il rischio per il pensiero

Photo by Diego Fioravanti on Pexels

Il rapido ingresso degli algoritmi generativi tra i banchi di scuola impone una riflessione profonda sulla natura stessa dell'apprendimento. Durante un recente intervento riportato da Orizzonte Scuola, lo psicoterapeuta e scrittore Alberto Pellai ha offerto una chiave di lettura originale, focalizzando l'attenzione sul delicato passaggio dal cosiddetto "pensiero pensato" al "pensiero pensante". Nelle fasi iniziali della crescita, ogni individuo si affida inevitabilmente alle coordinate fornite dal mondo adulto, muovendosi all'interno di un copione basato sull'obbedienza e sulla ricezione passiva di nozioni.

Il vero traguardo evolutivo consiste nel superare questa dipendenza iniziale per sviluppare un punto di vista autonomo sulla realtà. Tuttavia, la disponibilità immediata di contenuti preconfezionati generati dalle macchine rischia di bloccare questo percorso naturale. Quando uno strumento restituisce un testo già pronto, compatto e privo di sbavature, la tentazione di delegare la fatica cognitiva diventa fortissima per i ragazzi.

Non a caso, recenti indagini condotte dall'Osservatorio Nazionale sull'Adolescenza evidenziano come oltre il 65% degli studenti delle scuole superiori utilizzi regolarmente sistemi di intelligenza artificiale per lo svolgimento dei compiti a casa. Questo dato, se da un lato testimonia una naturale propensione dei nativi digitali verso l'innovazione, dall'altro solleva interrogativi urgenti circa la reale comprensione dei concetti elaborati. Il rischio concreto è che si crei un divario profondo tra la forma impeccabile dell'elaborato consegnato e l'effettivo impoverimento del bagaglio critico dello studente, incapace poi di replicare autonomamente lo stesso ragionamento in sede di verifica o di dibattito orale.

La vera sfida educativa consiste nell'evitare che la comodità tecnologica si trasformi in una pericolosa atrofia della capacità critica e analitica dei nostri studenti.

Per chiarire questo concetto, lo specialista ha introdotto un parallelo calzante con il mondo dell'attività fisica, distinguendo tra ginnastica passiva e ginnastica attiva. Sebbene la prima possa teoricamente condurre a un risultato simile, solo la seconda costringe i muscoli — e di riflesso le strutture cerebrali — a compiere quello sforzo necessario per sviluppare resilienza. Senza questo allenamento quotidiano alla fatica mentale, i giovani rischiano di arrivare impreparati di fronte alle perturbazioni impreviste, manifestando quella fragilità emotiva e cognitiva che oggi si registra con sempre maggiore frequenza nelle aule.

Questo quadro trova riscontro anche nelle linee guida ministeriali più recenti, le quali richiamano con forza la necessità di un'alfabetizzazione digitale che non sia meramente strumentale, ma profondamente etica e pedagogica. Il decreto ministeriale e le raccomandazioni europee sul quadro DigCompEdu ricordano costantemente che l'uso delle tecnologie in classe non deve mai prescindere dalla mediazione del docente. Non parliamo di demonizzare lo strumento, quanto piuttosto di normarne l'accesso attraverso protocolli didattici trasparenti, che insegnino agli alunni a interrogare l'algoritmo anziché a subirne passivamente i verdetti.

In questo scenario complesso, la figura del docente non perde centralità, ma assume un compito ancora più gravoso. La tecnologia non deve diventare un sostituto automatico della mente, ma eventualmente un acceleratore controllato, introdotto solo dopo aver valutato attentamente le ricadute pedagogiche. I professori sono chiamati a ridisegnare le modalità di verifica — privilegiando la prova orale, il lavoro laboratoriale in presenza e l'analisi del processo di scrittura piuttosto del semplice prodotto finale — per arginare il fenomeno del plagio algoritmico. Se l'obiettivo della scuola è formare cittadini capaci di argomentare e di non subire passivamente le informazioni, il valore dello sforzo intellettuale resta un pilastro irrinunciabile.

Per approfondire: CEMFORM propone IDCERT DigCompEdu — la certificazione dedicata ai docenti per comprendere e integrare le competenze digitali nella didattica in modo consapevole.

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