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Caro libri scolastici: la denuncia di Filippa Lagerback

Filippa Lagerback attacca il caro libri scolastici in Italia. Edizioni che cambiano ogni anno e costi insostenibili per le famiglie.

Caro libri scolastici: la denuncia di Filippa Lagerback

Il peso economico dell'inizio dell'anno scolastico torna al centro del dibattito pubblico grazie alla voce di Filippa Lagerback. La nota conduttrice televisiva e modella svedese, attraverso un post pubblicato sul suo profilo Instagram, ha puntato il dito contro un meccanismo che grava pesantemente sui bilanci delle famiglie italiane ogni dodici mesi: il continuo ricambio dei manuali scolastici.

Nel suo sfogo social, la cinquantaduenne ha definito apertamente un imbroglio la necessità di acquistare nuove edizioni dei testi scolastici con una frequenza così elevata. Un'abitudine consolidata nel sistema educativo italiano che costringe genitori e studenti a una spesa ingente, spesso superiore a poche centinaia di euro per ogni singolo figlio iscritto alle scuole medie o superiori.

Analizzando il quadro normativo di riferimento, la questione dei libri di testo in Italia è formalmente regolata da specifiche disposizioni ministeriali, tra cui il Decreto Ministeriale n. 781/2013 e le successive circolari annuali sulle adozioni. Tali norme stabiliscono teoricamente dei vincoli temporali — come il divieto di sostituire i testi prima di cinque anni per le scuole secondarie e di sei per la scuola primaria — e impongono tetti di spesa ben precisi per ogni classe. Tuttavia, nella pratica quotidiana dei collegi docenti, queste limitazioni vengono spesso aggirate attraverso la formula dei "testi misti" o delle nuove edizioni digitali integrate, che di fatto azzerano i vincoli temporali e rendono impossibile il passaggio dei volumi tra fratelli o studenti di anni successivi.

Le stime delle associazioni dei consumatori confermano la gravità del fenomeno: ogni settembre, tra libri, diari, astucci e corredo vario, una famiglia spende mediamente tra i 500 e i 1.300 euro per studente, cifra che sale verticinosamente nei primi anni dei cicli scolastici (prima media e prima superiore). Di questa cifra, i soli libri di testo rappresentano la voce preponderante, oscillando spesso tra i 300 e gli 800 euro a seconda dell'indirizzo di studi scelto.

A rendere il paragone particolarmente calzante è il confronto diretto con il modello educativo del suo paese d'origine. La Svezia garantisce infatti la gratuità totale del materiale didattico, un sistema in cui la madre della conduttrice non ha mai dovuto sborsare un centesimo per l'istruzione dei figli, inserendosi in un welfare state che considera l'educazione un investimento pubblico a fondo perduto e non un mercato commerciale. Ma la realtà italiana appare profondamente diversa, divisa tra bonus libri spesso insufficienti, bandi comunali con graduatorie lunghissime e copertie che cambiano solo per minime variazioni editoriali.

Per il personale scolastico, in particolare per i docenti chiamati a deliberare le adozioni durante le riunioni di fine anno, questa situazione genera non pochi dilemmi etici e professionali. Da un lato vi è l'esigenza didattica di aggiornare gli strumenti di studio e di beneficiare di apparati iconografici e multimediali più moderni; dall'altro la consapevolezza tangibile delle difficoltà economiche crescenti vissute dalle famiglie degli alunni che siedono in aula. Una pressione sociale che ricade indirettamente anche sul personale amministrativo e tecnico (ATA), spesso in prima linea nella gestione burocratica dei rimborsi, dei comodati d'uso gratuiti — laddove attivati — e delle richieste di sussidio.

Il nodo centrale della questione riguarda la sostenibilità del diritto allo studio garantito dall'articolo 34 della Costituzione, il quale stabilisce che la scuola deve essere aperta a tutti e che i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Ma fino a che punto le famiglie italiane potranno sostenere questi costi crescenti prima che il sistema collassi definitivamente? La spesa per i testi scolastici rappresenta ogni settembre una vera e propria stangata, aggravata dal caro energia e dall'inflazione generale che riducono ulteriormente il potere d'acquisto dei nuclei familiari.

Le associazioni dei consumatori denunciano da anni la pratica delle nuove edizioni immesse sul mercato con modifiche marginali — lo spostamento di un capitolo, l'aggiunta di un QR code o la revisione grafica di poche pagine — un escamotage che di fatto blocca il fiorente mercato dell'usato e costringe all'acquisto del nuovo. La scuola pubblica italiana si trova così a fare i conti con disparità territoriali notevoli, dove i contributi regionali riescono a coprire solo una minima parte delle richieste presentate dalle famiglie meno abbienti, accentuando il divario tra Nord e Sud del Paese.

L'intervento di Lagerback riaccende i riflettori su un'anomalia tutta italiana che meriterebbe una revisione strutturale e coraggiosa da parte del Ministero dell'Istruzione e del Merito. Senza un intervento deciso sui tetti di spesa reali, sull'effettiva sanzionabilità delle adozioni fuorilegge e sull'allungamento vincolante della durata minima dei testi adottati dai collegi docenti, la spesa per la cultura scolastica continuerà a trasformarsi in un lusso per pochi.

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