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Dagli Usa arriva la laurea per influencer: cosa cambia per la scuola

Negli Stati Uniti nascono i primi corsi universitari per influencer. Un fenomeno che interroga anche il sistema educativo e la didattica digitale.

Dagli Usa arriva la laurea per influencer: cosa cambia per la scuola

Photo by Yeşim Çolak on Pexels

Mentre in Italia il dibattito si arena spesso sulla definizione professionale del content creator, oltreoceano i campus accademici hanno già voltato pagina. L'università si adegua ai tempi e trasforma i social media in una materia di studio vera e propria, con tanto di crediti e piani di studio strutturati.

Dietro questa svolta ci sono numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Un sondaggio condotto da Morning Consult evidenzia come oltre la metà dei giovani della Gen Z consideri la professione di influencer una concreta prospettiva di carriera. A dare consistenza a questa ambizione contribuiscono le stime di Goldman Sachs, secondo cui la cosiddetta *creator economy* potrebbe toccare la soglia monstre di quasi 500 miliardi di dollari entro il 2027, raddoppiando di fatto il valore registrato all'inizio del decennio.

Non si tratta più di una semplice tendenza estemporanea legata all'intrattenimento, ma di un vero e proprio ecosistema industriale che richiede figure professionali altamente specializzate. Aziende di ogni settore, dalle multinazionali alle piccole e medie imprese, destinano percentualmente sempre più budget al marketing digitale e alla collaborazione con i creator, generando una domanda di lavoro che i tradizionali canali formativi faticano a soddisfare.

La risposta delle università americane

L'Arizona State University ha introdotto un vero e proprio Bachelor of Arts in Content Creation. Gli studenti frequentano lezioni che uniscono la produzione di video e podcast alle tecniche di personal branding, passando per l'analisi dei dati del pubblico e la gestione dei diritti d'autore nel ecosistema digitale. Non parliamo di improvvisazione, ma di un percorso rigoroso che prevede attività pratiche nel Content Creation Studio di Los Angeles e tirocini mirati nel settore dei media.

Sulla stessa lunghezza d'onda si muove la Syracuse University, pronta a lanciare un programma interdisciplinare che unisce la facoltà di comunicazione a quella di management. Il piano di studi prevede moduli dedicati alle piattaforme digitali, ai modelli di monetizzazione avanzata, alla psicologia dei consumatori online e alla creazione di partnership strategiche con i brand. J. Michael Haynie, rettore facente funzioni dell'ateneo, ha sintetizzato la filosofia del progetto spiegando che l'obiettivo è preparare i giovani per la direzione che sta prendendo l'economia globale.

Stiamo preparando gli studenti per dove l’economia sta andando, non per dove è stata.

Questo fermento internazionale interroga indirettamente anche il mondo della scuola italiana e il comparto formativo pubblico, dove la gestione degli strumenti digitali e la comprensione dei linguaggi multimediali diventano ogni giorno più centrali per chi insegna. In un contesto in cui il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e le linee guida del Ministero dell'Istruzione e del Merito insistono fortemente sulla transizione digitale, saper decodificare i linguaggi dei social media non è più un vezzo, ma una competenza trasversale fondamentale.

Gestire una classe oggi significa infatti intercettare codici comunicativi che si evolvono molto più in fretta dei manuali scolastici. Per i docenti di ogni ordine e grado, la sfida quotidiana consiste nel colmare il divario tra l'alfabetizzazione analogica dei programmi ministeriali e l'immersione digitale totale vissuta dagli studenti fuori dalle mura scolastiche. Integrare la didattica con una solida consapevolezza mediatica permette non solo di prevenire fenomeni come la disinformazione online e il cyberbullismo, ma trasforma i nuovi media in alleati strategici per l'apprendimento attivo.

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