Il Guardasigilli Carlo Nordio ha scelto una linea dura durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi, presentando il nuovo disegno di legge dedicato all'imputabilità dei minori. I dati sulla criminalità giovanile spingono l'esecutivo a cambiare marcia, introducendo meccanismi giuridici inediti come l'inversione dell'onere della prova per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. Ma come si riflette questo giro di vite nel quotidiano delle aule scolastiche, dove il disagio e la devianza spesso si manifestano prima di arrivare all'attenzione dei magistrati?
La misura cardine del provvedimento punta a facilitare le indagini e a responsabilizzare i giovani autori di reati gravi. Non sarà più l'accusa a dover dimostrare interamente la capacità di intendere e di volere del minore nel momento in cui ha commesso il fatto, bensì il ragazzo stesso a dover provare di non possedere tale maturità. Una modifica che sposta il baricentro del processo penale minorile e che apre a intensi dibattiti anche tra i banchi degli insegnanti e degli educatori.
La delinquenza tra i giovanissimi cresce, e la risposta dello Stato passa attraverso una ridefinizione delle responsabilità individuali fin dalla giovane età.
Chi lavora ogni giorno nella scuola sa bene quanto sia sottile il confine tra la trasgressione giovanile e l'illegalità vera e propria. Dirigenti scolastici e docenti si trovano spesso a gestire situazioni limite senza disporre degli strumenti adeguati per prevenire il disagio sociale. Eppure, l'intervento normativo del governo si muove esclusivamente sul piano repressivo e processuale, lasciando aperta la questione del supporto formativo e psicologico all'interno degli istituti situati nelle aree a rischio.
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