Ricorrere alla memoria di Michela Murgia significa spesso confrontarsi con una lucidità rara nel decodificare le contraddizioni della società italiana. Nel terzo anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 10 agosto, la figura della scrittrice sarda torna a far discutere non solo per il suo impegno civile e letterario, ma anche per il suo passato dietro la cattedra. Prima di imporsi all'attenzione nazionale con i suoi romanzi, Murgia ha infatti insegnato religione nei licei della sua terra d'origine per ben sei anni, accumulando un'esperienza diretta sul campo che ha segnato profondamente la sua visione dell'istituzione scolastica.
Nel 2014, l'autrice di Accabadora fotografava con estrema precisione una deriva che oggi, nel bel mezzo di riforme digitali e carichi amministrativi crescenti, appare ancora più evidente. La sua analisi si concentrava su un cortocircuito preciso: la trasformazione silenziosa del docente da figura educativa a mero esecutore di adempimenti burocratici. Ma quanto spazio resta oggi per la vera relazione umana tra i banchi di scuola? La domanda, a distanza di anni, mantiene intatta la sua urgenza per migliaia di insegnanti.
I dati recenti confermano questa percezione di sofferenza professionale. Secondo le indagini condotte dai sindacati di categoria e dagli istituti di ricerca sociologica, oltre il 60% del tempo lavorativo di un insegnante italiano viene oggi assorbito da attività di rendicontazione, caricamento dati su piattaforme ministeriali, verbali e gestione di adempimenti legati alla didattica digitale integrata. Questo significa che la componente propriamente pedagogica e relazionale rischia di essere ridotta a una frazione marginale della giornata lavorativa, in netto contrasto con le linee guida europee che raccomandano un ritorno al benessere psicofisico e all'ascolto attivo in classe.
I docenti combattono da eroi contro un meccanismo che si attende sempre più funzioni e meno relazioni.
Il quadro normativo non fa che accentuare questa polarizzazione. Gli ultimi decreti attuativi della riforma del sistema di reclutamento e formazione continua (in particolare il DM 65/2023 e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) hanno impresso un'accelerazione fortissima verso la transizione digitale. Da un lato ci sono le richieste ministeriali che pretendono una digitalizzazione spinta e standard di rendicontazione sempre più rigidi, supportati da fondi vincolati all'acquisto di hardware e software. Dall'altro c'è la realtà quotidiana delle aule, dove i ragazzi arrivano carichi di fragilità e complessità sociali che richiedono ascolto, tempo e soprattutto empatia. Chi insegna oggi si trova stretto tra la necessità di aggiornare continuamente le proprie competenze tecniche — magari attraverso percorsi specifici come quelli previsti per l'uso della LIM o dei dispositivi digitali — e il bisogno primario di ristabilire un contatto umano autentico con gli studenti.
Questa dicotomia genera un paradosso formativo: si chiede agli insegnanti di padroneggiare strumenti tecnologici sempre più avanzati, ma spesso la formazione tecnica viene calata dall'alto come un obbligo burocratico anziché come un'opportunità di crescita professionale integrata. Per il personale docente e per il personale ATA — anch'essito sommerso da una mole inedita di pratiche digitali legate alla dematerializzazione della pubblica amministrazione — la sfida quotidiana consiste nel non farsi travolgere dall'obsolescenza delle procedure. Integrare le competenze digitali senza snaturare la missione educativa non è solo una questione di efficienza, ma di sopravvivenza culturale dell'istituzione scolastica.
Rileggere quelle parole oggi non deve trasformarsi in un esercizio di pura nostalgia o in una sterile polemica contro il sistema. Piuttosto, costituisce un invito a ripensare il valore della professione docente al di là delle tabelle di punteggio, delle scadenze per le graduatorie e dei crediti formativi obbligatori. Il vero eroismo di chi entra in aula ogni mattina non risiede nella capacità di smaltire pratiche digitali o di compilare registri elettronici complessi, ma nella resistenza quotidiana contro la spersonalizzazione dell'insegnamento.
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