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Minori e social network: educazione digitale al posto dei divieti

Dopo la multa a Meta, Francesco Giorgino rilancia il dibattito sui minori e social network: servono percorsi formativi scolastici e familiari.

Minori e social network: educazione digitale al posto dei divieti

Photo by Paco de Bydzia on Pexels

La seconda maxi multa inflitta a Meta dal tribunale del New Mexico, fondata sulla violazione dell'Unfair Practices Act, riaccende i riflettori su un tema cruciale per chi vive la scuola ogni giorno. L'accusa principale punta il dito contro gli algoritmi di Facebook e Instagram, capaci di indirizzare i ragazzi verso contenuti violenti e potenzialmente nocivi. Le nuove disposizioni imposte al colosso tech includono misure drastiche: l'eliminazione dei like, la sospensione delle notifiche, il blocco dell'accesso tra le 22:00 e le 7:00 e un tetto massimo di novanta ore mensili di utilizzo.

Questa sentenza d oltreoceano si inserisce in un quadro internazionale di crescente insofferenza verso le politiche di autoregolamentazione delle Big Tech. Negli Stati Uniti, decine di procure generali hanno depositato istanze simili, evidenziando come la progettazione stessa delle interfacce utilizzi meccaniche di rinforzo intermittente mutuate dal gioco d'azzardo. Per gli insegnanti che ogni giorno osservano la stanchezza e la distrazione tra i banchi, questi dati non fanno che confermare una percezione già tangibile: la soglia dell'attenzione si riduce proporzionalmente all'aumento delle notifiche ricevute durante le ore notturne.

A intervenire nel dibattito è stato Francesco Giorgino, con un editoriale pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno, in cui sottolinea la novità del divieto di qualsiasi interazione romantica o sessualizzata con i chatbot di intelligenza artificiale. Ma quanto possono incidere davvero i blocchi tecnologici senza un reale accompagnamento culturale? Il modello di business delle piattaforme si nutre dell'attenzione secondo l'equazione per cui maggiore è il tempo trascorso online, più alta è la resa pubblicitaria. Per Giorgino, tuttavia, contano poco le sole ore di fruizione, mentre bisognerebbe monitorare il numero di connessioni e disconnessioni giornalizie, vero indicatore della dipendenza algoritmica.

La frammentazione dell'attenzione causata dal check compulsivo dello smartphone non compromette soltanto il rendimento scolastico, ma altera profondamente le dinamiche di socializzazione tra pari. Recenti indagini psicologiche evidenziano come la costante esposizione a standard di perfezione estetica e comportamentale generi livelli di ansia sociale senza precedenti tra gli adolescenti. Di fronte a questo scenario, la scuola non può limitarsi a confinare i dispositivi dentro gli zaini o a vietarne l'uso tramite circolari restrittive che spesso ottengono l'effetto contrario di stimolare la trasgressione.

La risposta della scuola tra divieti e consapevolezza

Davanti a una fascia di età che richiede rigidi presupposti di responsabilità, il dibattito politico guarda con interesse al Ddl 1136 attualmente in Senato, che ipotizza un'età minima di quindici anni per l'accesso ai social network, in linea con analoghi tentativi di regolamentazione a livello europeo, come il Digital Services Act.

La soluzione reale non risiede nei divieti calati dall'alto, ma in percorsi formativi diffusi che educhino i ragazzi alla complessità dei linguaggi digitali.
Le sole restrizioni legali rischiano di trasformarsi in una misura eludibile tramite la falsificazione dell'età anagrafica, se non accompagnate da un lavoro quotidiano in classe che smonti i meccanismi persuasivi della rete.

Il legislatore italiano sta inoltre valutando sanzioni amministrative per i gestori delle piattaforme che non adottino sistemi di verifica dell'età realmente efficaci. Tuttavia, l'esperienza dimostra che ogni barriera tecnologica viene rapidamente aggirata dai nativi digitali più esperti. Ecco perché il baricentro dell'intervento deve necessariamente spostarsi dalla prevenzione repressiva alla promozione di un pensiero critico strutturato, capace di trasformare gli studenti da consumatori passivi di flussi algoritmici a utenti consapevoli.

La proposta educativa avanzata chiama in causa direttamente il corpo docente e le famiglie, chiamati a contrastare il disordine informativo e la disinformazione dilagante, oggi amplificata dall'uso distorto dei contenuti generati dall'intelligenza artificiale. Integrare le competenze digitali nel percorso professionale dei docenti diventa quindi un passaggio obbligato per colmare quella distanza culturale che spesso separa gli adulti dai nativi digitali, fornendo agli insegnanti gli strumenti pedagogici adatti a decodificare le nuove forme di disagio giovanile.

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