Lo smartphone è ormai parte integrante del lavoro quotidiano di ogni insegnante, ma la gestione dei messaggi che arrivano dalle famiglie nasconde insidie legali non indifferenti. Durante una recente puntata della trasmissione «Diritto in Cattedra», condotta da Francesco Bunetto su YouTube, l'avvocato Alessandro De Martino ha affrontato un tema spinoso molto comune nelle scuole italiane: un genitore che decide di condividere informazioni riservate sul proprio figlio tramite chat.
La questione è emersa quando un lettore ha chiesto se fosse lecito utilizzare l'applicazione di Meta per comunicare dettagli delicati relativi alla salute o alla situazione familiare di un minore. La risposta del legale ha subito sgombrato il campo da equivoci formali sullo strumento. Secondo De Martino, l'utilizzo di WhatsApp non presenta differenze sostanziali rispetto alla normale posta elettronica, purché avvenga all'interno di un canale di comunicazione privata tra le parti.
Tuttavia, analizzando il quadro normativo di riferimento, emergono precise responsabilità delineate dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e dal Codice della Privacy (D.lgs. 196/2003 e successive modifiche). La scuola, in quanto ente pubblico e titolare del trattamento dei dati, è tenuta a garantire standard di sicurezza elevati. Quando si utilizzano strumenti di messaggistica istantanea commerciali per fini professionali, il confine tra dato personale comune e dato sensibile o giudiziario (come quelli relativi allo stato di salute o a procedimenti minorili) si fa estremamente labile, esponendo l'intero sistema scolastico a potenziali violazioni della normativa sulla protezione dei dati.
Ma quali sono i rischi effettivi legati alla privacy quando si usano le chat con i genitori?
Il nodo centrale non risiede tanto nella scelta dell'applicazione, quanto nella visibilità dei contenuti trasmessi. Il legale ha sottolineato che spetta al genitore accertarsi che nella conversazione non vi siano soggetti terzi in grado di leggere i messaggi. Il vero spartiacque normativo, tuttavia, si sposta immediatamente sul destinatario della comunicazione non appena lo schermo dello smartphone si illumina.
Da un punto di vista pratico, le statistiche dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali confermano che un'alta percentuale di contenziosi e segnalazioni disciplinari nel settore scolastico origina proprio da un uso improprio delle chat di gruppo o da scambi individuali superficiali. Spesso i docenti, oberati da carichi di lavoro burocratici sempre più pesanti, tendono a sottovalutare la portata legale di una risposta rapida data fuori dall'orario di servizio o attraverso canali non istituzionali come i messaggi privati sul telefono personale.
«Il docente che riceve informazioni personali chiaramente non deve divulgare certe informazioni.»
Ricevere una confidenziale segnalazione via chat vincola l'insegnante a un rigoroso dovere di riservatezza. Il fatto che la famiglia abbia scelto spontaneamente di affidarsi a un canale informale non autorizza in alcun modo il professore a condividere quanto appreso con altri colleghi al di fuori dei canali istituzionali previsti per i consigli di classe o la gestione didattica. Vale la pena ricordare che la diffusione illecita di dati personali, anche tramite una semplice inoltro di schermata (screenshot) a terzi, può configurare non solo una violazione amministrativa sanzionabile dal punto di vista disciplinare, ma nei casi più gravi può integrare fattispecie di rilevanza penale ai sensi dell'articolo 167 del Codice della Privacy.
Per prevenire simili criticità, le linee guida ministeriali raccomandano costantemente l'adozione dei registri elettronici e delle piattaforme istituzionali cloud (come Google Workspace for Education o Microsoft 365) per qualsiasi comunicazione ufficiale o trasmissione di documenti sensibili. Queste soluzioni garantiscono la tracciabilità delle operazioni, la cifratura dei dati in transito e a riposo, e il rispetto dei ruoli di autorizzazione previsti dalla legge, tutelando sia il personale docente che l'utenza.
La gestione della privacy digitale a scuola richiede competenze sempre più specifiche, non solo per evitare sanzioni disciplinari ma per tutelare la dignità degli studenti e delle loro famiglie in ogni momento del percorso educativo.
Per approfondire: CEMFORM propone IDCERT DigComp 2.2 — la certificazione informatica accreditata che consente di acquisire 1 punto nelle graduatorie GPS, utile per potenziare le competenze digitali e la gestione sicura degli strumenti tecnologici nella didattica.


