Formazione & Certificazioni

Assunzioni da GPS e titoli: si rischia la corsa al punteggio?

Il dibattito sulle assunzioni da GPS riaccende le polemiche.

Assunzioni da GPS e titoli: si rischia la corsa al punteggio?

Photo by Bjorn Pierre on Pexels

Il dibattito sul reclutamento dei docenti torna a far discutere il mondo della scuola, sollevando interrogativi profondi sulla reale equità del sistema. Le perplessità sollevate da diverse parti mettono in luce un rischio concreto: trasformare le Graduatorie Provinciali per le Supplenze in una vera e propria competizione basata sulla capacità di spesa economica dei singoli candidati piuttosto che sulle sole competenze professionali.

Entrando nel merito del contesto normativo, l'attuale impianto delle GPS — disciplinato dalle ordinanze ministeriali che si susseguono in vista del biennio di aggiornamento — attribuisce punteggi specifici a una vasta gamma di titoli culturali, master di primo e secondo livello, corsi di perfezionamento e certificazioni linguistiche e informatiche. Se l'intento dichiarato del legislatore era quello di innalzare la qualità dell'offerta formativa attraverso l'aggiornamento continuo, nei fatti si è assistito a una deriva mercantilistica. Secondo recenti stime dei sindacati di categoria, un docente precario arriva a spendere mediamente tra i 1.500 e i 4.000 euro nel corso di una sola finestra di aggiornamento per completare o potenziare il proprio "pacchetto" di titoli.

La questione ruota attorno al delicato equilibrio tra l'esperienza accumulata sul campo dai precari storici e il valore da attribuire ai titoli culturali e alle abilitazioni. Molti insegnanti si trovano a dover sostenere esborsi considerevoli per accumulare certificazioni e corsi di perfezionamento, necessari per scalare posizioni utili in graduatoria. Ma quanti docenti possono realmente permettersi di investire migliaia di euro ogni anno per restare competitivi?

Questa situazione genera una frattura generazionale e sociale non indifferente. Da un lato vi sono i docenti neoassunti o comunque inseriti in graduatoria da pochi anni, spesso costretti a vivere con contratti precari al Sud o a sostenere costi di affitto insostenibili nelle regioni del Nord, i quali faticano a trovare le risorse economiche per finanziare la propria formazione continua. Dall'altro lato, il mercato della formazione post-universitaria ha visto proliferare enti, spesso accreditati ma di dubbia qualità didattica, che offrono pacchetti "chiavi in mano" pensati esclusivamente per la massimizzazione del punteggio in graduatoria, svuotando di fatto il percorso formativo del suo valore pedagogico intrinseco.

Il sistema pubblico dovrebbe garantire pari opportunità a tutti, indipendentemente dalla condizione economica di partenza.

Un'analisi comparativa con altri sistemi d'istruzione europei evidenzia come altrove la progressione di carriera e l'abilitazione del corpo docente siano interamente a carico dello Stato, il quale finanzia la formazione in servizio come un investimento strategico e non come un onere economico a carico del singolo lavoratore. Nel sistema italiano, invece, il principio della gratuità dell'accesso agli uffici pubblici — sancito dall'articolo 51 della Costituzione — rischia di essere compromesso da barriere d'accesso di natura economica che penalizzano i segmenti più deboli della platea dei lavoratori della scuola.

Un altro nodo cruciale riguarda la coerenza tra il principio del concorso pubblico e le scorciatoie offerte dal doppio canale. Se da un lato l'accesso tramite graduatoria attenua la rigidità dei concorsi tradizionali, dall'altro apre il fianco a distorsioni nella valutazione dei punteggi. Rivedere i criteri di attribuzione, limitare il peso di alcune abilitazioni aspecifiche e programmare i percorsi formativi universitari in base al reale fabbisogno del personale diventano passaggi non più eludibili per tutte le parti coinvolte.

Le implicazioni pratiche di questo meccanismo si riflettono inevitabilmente anche sulla qualità della didattica erogata nelle aule scolastiche. Un docente costretto a rincorrere l'ultimo master o l'ennesima certificazione per non perdere decine di posizioni in graduatoria rischia di sottrarre tempo ed energie preziose alla preparazione delle lezioni quotidiane e al rapporto educativo con gli studenti. La recente introduzione dei percorsi di abilitazione da 60, 30 o 36 CFU, previsti dalla riforma della filiera formativa legata al PNRR, non ha fatto che acuire questo senso di affaticamento economico e burocratico, con costi di iscrizione ai corsi universitari spesso superiori ai 2.000 euro.

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