Il dibattito politico e sociale italiano si arricchisce di un nuovo capitolo destinato a far discutere a lungo, soprattutto per le ripercussioni che potrebbe avere sul mondo del lavoro pubblico e, potenzialmente, sul comparto dell'istruzione. All'interno del documento programmatico intitolato "Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale per l’Italia del futuro (2027-2037)", pubblicato sul sito ufficiale del generale Roberto Vannacci, emerge una proposta destinata a catalizzare l'attenzione dei media: l'introduzione delle cosiddette "quote azzurre" nei concorsi pubblici.
La misura prevede la riserva di specifici posti all'interno delle selezioni statali per i cittadini che vantano un numero elevato di figli. Una formulazione che punta a invertire la rotta rispetto all'inverno demografico che affligge il Paese, ma che apre immediatamente il campo a interrogativi di natura costituzionale e operativa. Come si concilia il principio del merito, sancito dall'articolo 97 della Costituzione per l'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni, con un criterio di premialità legato alla genitorialità?
Analizzando i dati demografici recenti pubblicati dall'ISTAT, l'urgenza di politiche a sostegno della natalità è indubbia: nel corso dell'ultimo anno si è registrato un ulteriore crollo delle nascite, scese a un nuovo minimo storico con appena 379 mila neonati in tutto il territorio nazionale. Tuttavia, giuristi e costituzionalisti fanno notare che la leva concorsuale potrebbe entrare in rotta di collisione con la giurisprudenza della Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito che le deroghe al principio concorsuale devono essere rigidamente circoscritte e funzionali esclusivamente al buon andamento della pubblica amministrazione, non a finalità di ingegneria sociale o demografica, per quanto nobili possano apparire agli occhi dei proponenti.
Il merito e le pari opportunità restano i pilastri fondamentali di ogni procedura selettiva pubblica nel nostro ordinamento.
Il cortocircuito evidenziato da diversi osservatori riguarda proprio il delicato equilibrio tra la tutela della famiglia e l'imparzialità dei concorsi. Nel settore scolastico, dove le procedure di reclutamento tramite concorsi ordinari e straordinari rappresentano da sempre una via crucis burocratica per migliaia di docenti precari, l'innesto di un criterio siffatto rischierebbe di generare contenziosi legali senza precedenti davanti ai tribunali amministrativi regionali. Si pensi, ad esempio, alle graduatorie di merito dei concorsi a cattedra: l'assegnazione di punteggi extra o di riserve di posti basate sul numero dei figli potrebbe alterare radicalmente le posizioni di candidati che hanno superato le prove selettive con votazioni oggettivamente superiori, scatenando un'ondata di ricorsi al TAR da parte di chi vedrebbe calpestato il proprio punteggio di merito tecnico.
Per il personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) che quotidianamente naviga tra le complesse normative del comparto scuola — spesso alla ricerca di percorsi formativi validi come quelli offerti da piattaforme specializzate tra cui CEMFORM per l'aggiornamento e la scalata delle graduatorie —, la prospettiva di un ulteriore elemento di variabilità nei concorsi pubblici genera non poca preoccupazione. La stabilizzazione del precariato storico, un obiettivo che l'Unione Europea chiede all'Italia di centrare anche attraverso i target del PNRR, verrebbe ulteriormente complicata dall'introduzione di corsie preferenziali slegate dalle competenze disciplinari o dall'anzianità di servizio.
Non va dimenticato, inoltre, che il Testo Unico del Pubblico Impiego (Decreto Legislativo n. 165/2001) disciplina in modo rigoroso i titoli di preferenza a parità di punteggio, tra cui figurano già i carichi di famiglia. Trasformare una semplice preferenza a parità di valutazione in una vera e propria "quota riservata" costituirebbe un salto di paradigma giuridico notevole, spostando l'asse della selezione pubblica dal concetto di competenza a quello di status familiare. In un comparto come quello dell'istruzione, già duramente provato da carenze strutturali e da un turn-over complesso, ogni modifica alle regole d'ingaggio dei concorsi richiede un'attenta ponderazione d'impatto.
La proposta si inserisce in un quadro politico più ampio che vede lo stesso movimento di Vannacci prendere posizioni nette su temi caldi dell'agenda scolastica e civile, come la contrarietà allo Ius Scholae. Resta da capire quale sarà la ricezione di queste linee guida all'interno del Parlamento e se la proposta si tradurrà in atti legislativi concreti nei prossimi anni, aprendo un fronte di scontro non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche all'interno della stessa coalizione di governo sul futuro del lavoro pubblico e della scuola italiana.
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