Il superamento di un concorso pubblico dovrebbe rappresentare l'apice della carriera di un docente precario, il coronamento di anni di sacrifici tra cattedre a tempo determinato e burocrazia. Per un insegnante di sostegno, tuttavia, la vincita della procedura ordinaria si è trasformata in un vero e proprio paradosso normativo. Vinto il concorso su posto comune, il professore si è visto costretto a lasciare la cattedra di sostegno che occupava da tempo, dovendo abbandonare uno studente diciassettenne con disabilità grave che si appresta ad affrontare l'ultimo anno delle scuole superiori.
La vicenda, che ha dell'incredibile ma riflette le rigide maglie della legislazione scolastica italiana, ha spinto il ragazzo e la sua famiglia a scrivere direttamente al ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma quanto vale la continuità didattica di fronte alla macchina burocratica dei trasferimenti? Lo studente, ormai prossimo alla maturità, ha instaurato in anni di lavoro condiviso un legame educativo profondo con il docente, un pilastro fondamentale per il suo percorso di inclusione e apprendimento all'interno dell'istituto superiore.
Per comprendere appieno la portata di questa criticità, bisogna analizzare il quadro normativo di riferimento. Il Testo Unico della Scuola (Decreto Legislativo n. 297/1994) e le successive ordinanze ministeriali sulla mobilità del personale docente ed educativo stabiliscono criteri rigidamente basati sul punteggio e sull'appartenenza a specifiche classi di concorso, penalizzando di fatto chi opera nel settore del sostegno attraverso contratti a tempo determinato. Secondo i dati preliminari diffusi dai sindacati di categoria, all'inizio di ogni anno scolastico oltre il 40% dei posti di sostegno risulta ancora assegnato a supplenze su nomina annuale, alimentando un turn-over vertiginoso che colpisce duramente proprio gli studenti con disabilità più complessa. Questo sistema di assegnazione annuale non solo compromette la stabilità psicologica degli alunni, ma vanifica anche i Piani Educativi Individualizzati (PEI) costruiti su misura nel corso degli anni.
Il caso specifico non è purtroppo un episodio isolato, bensì la punta di un iceberg che ogni anno si manifesta puntualmente tra la fine dell'estate e l'avvio delle lezioni. Centinaia di docenti specializzati si trovano costretti a scegliere tra la tanto agognata stabilità economica dell'immissione in ruolo — spesso ottenuta su una materia curricolare dopo aver conseguito la relativa abilitazione — e la prosecuzione di un progetto pedagogico avviato su sostegno. Le conseguenze di questa transizione forzata ricadono interamente sugli studenti: la letteratura scientifica in ambito psicopedagogico dimostra ampiamente come l'interruzione improvvisa della relazione educativa, specialmente per soggetti autistici o con disabilità intellettive gravi, generi regressioni comportamentali, ansia da separazione e una perdita significativa dei progressi di apprendimento faticosamente conquistati nei cicli precedenti.
La continuità didattica non è un astratto principio pedagogico, ma il cuore pulsante dell'inclusione scolastica che troppo spesso si scontra con i trasferimenti d'ufficio.
Le regole attuali impongono che l'immissione in ruolo attraverso i concorsi ordinari comporti l'assegnazione alla nuova classe di concorso comune, azzerando di fatto la precedente esperienza su sostegno se non coperta da specifiche deroghe o graduatorie dedicate. Questa rigida compartimentazione calpesta il principio della continuità educativa, un valore che la normativa stessa dichiara di voler tutelare ma che, nei fatti, viene regolarmente sacrificato sull'altare dei movimenti di personale e delle immissioni in ruolo. La famiglia chiede adesso un intervento eccezionale che permetta al professore di restare accanto al ragazzo per l'ultimo, decisivo anno di scuola superiore, evitando un trauma relazionale e didattico a pochi mesi dagli esami di Stato.
Negli anni recenti, diverse associazioni a tutela dei diritti dei disabili hanno presentato proposte di legge e emendamenti volti a introdurre il cosiddetto "vincolo di permanenza su richiesta" per i docenti di sostegno che transitano nei ruoli comuni, almeno nei delicati passaggi di grado o nell'ultimo anno di corso. Tuttavia, l'iter parlamentare di queste misure si arena costantemente di fronte alle rimostranze dei sindacati dei docenti ordinari, preoccupati per la salvaguardia delle precedenze nei trasferimenti territoriali. A pagare il prezzo di questo braccio di ferro burocratico sono gli studenti e le loro famiglie, costretti a invocare deroghe ad personam per vedersi riconosciuto un diritto che dovrebbe essere garantito in via ordinaria dall'ordinamento scolastico della Repubblica.
Per approfondire: CEMFORM propone eCampus Master Insegnante di Sostegno — un percorso formativo universitario pensato per specializzare i docenti nella gestione efficace dei bisogni educativi speciali e nella delicata dinamica dell'inclusione scolastica.


