Un alunno che prende tre, poi cinque e infine sette merita una valutazione finale di sette, perché il percorso scolastico deve premiare la crescita e non congelare i passi falsi iniziali. La provocazione arriva dal pedagogista Daniele Novara, che affida a un post social una riflessione destinata a riaprire il dibattito sulla scuola italiana. Paragonando la situazione al mondo dello sport, il fondatore del Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti si chiede se qualcuno giudicherebbe mai il tennista Jannik Sinner per le prestazioni avute quando aveva dodici anni e sognava di fare lo sciatore.
Il nodo centrale della questione riguarda proprio l'uso acritico della media aritmetica nei consigli di classe di tutta Italia. Immaginare una sequenza di voti come 3, 5 e 7 riduce un percorso di apprendimento complesso a un freddo calcolo matematico che restituisce una sufficienza stiracchiata a cinque, mortificando completamente l'impegno profuso dallo studente per colmare le lacune iniziali. Ma quanti docenti riescono davvero a liberarsi dal vincolo dei numeri passati per abbracciare una prospettiva di evoluzione?
A livello normativo, del resto, il quadro legislativo italiano offre già da tempo spunti di riflessione che superano la rigidità della singola misurazione numerica. Il DPR 122/2009 e le successive linee guida sulla valutazione formativa, ribadite anche dai decreti attuativi legati alla riforma del sistema di istruzione, insistono sul concetto di "valutazione periodica e finale degli apprendimenti" intesa come bilancio complessivo delle competenze maturate e non come mera sommatoria algebrica. Eppure, nella pratica quotidiana dei registri elettronici, la tentazione di affidarsi a formule automatiche e algoritmi di calcolo preimpostati rimane fortissima. Secondo recenti indagini interne condotte da syndacati e associazioni professionali della scuola, oltre il settanta percento dei docenti di scuola secondaria di primo e secondo grado ammette di subire il condizionamento dei voti del primo trimestre o trimestre iniziale anche in sede di scrutinio finale, faticando a giustificare formalmente un'inversione di tendenza netta di fronte a famiglie e collegi dei docenti.
Entrando nel merito delle implicazioni pratiche per il corpo docente, ripensare il sistema valutativo significa anche ridefinire il concetto stesso di prova di verifica. Se l'obiettivo primario non è più "fotografare" una momentanea carenza ma monitorare lo sviluppo del potenziale cognitivo e metacognitivo, le verifiche tradizionali basate esclusivamente su interrogazioni estemporanee o test a risposta multipla perdono di efficacia. I professori e gli insegnanti si trovano così di fronte alla necessità di integrare la didattica con strumenti di osservazione sistematica, rubriche di valutazione autentica e compiti di realtà. Questo cambiamento di paradigma richiede tuttavia un investimento serio nella formazione continua del personale scolastico, spesso lasciato solo di fronte alla transizione da modelli di giudizio tradizionali a metodologie di stampo socio-costruttivista.
Liberiamo la scuola dalla tirannia della media matematica e restituiamole la sua funzione più nobile: accompagnare la crescita e celebrare il miglioramento.
La pedagogia contemporanea ricorda da decenni che l'errore costituisce una risorsa fondamentale e non una macchia indelebile sulla carriera scolastica di un ragazzo. Adottare una valutazione evolutiva significa spostare lo sguardo dall'origine del percorso alla meta raggiunta, dando valore alla resilienza e alla motivazione dimostrate nel tempo. Riconoscere il cambiamento attraverso la didattica richiede però strumenti di aggiornamento adeguati per i docenti, chiamati a ripensare profondamente le proprie metodologie di verifica e misurazione delle competenze acquisite in classe.
Non va dimenticato, inoltre, l'impatto psicologico che un voto basato sulla media matematica ha sulla percezione che gli studenti hanno di se stessi. Etichettare un alunno sulla base delle difficoltà incontrate nelle prime settimane di inserimento in un nuovo ciclo di studi rischia di innescare la famigerata profezia che si autoavvera, nota in psicologia come effetto Pigmalione: se lo studente interiorizza l'idea di essere uno "studente da quattro", tenderà col tempo ad adeguarsi a quel profilo sminuendo i propri sforzi futuri. Al contrario, valorizzare il riscatto scolastico e premiare chi dimostra di saper ribaltare una situazione di svantaggio iniziale trasmette un messaggio educativo di inestimabile valore civico: il merito non è una condizione statica, ma il frutto dell'impegno, della perseveranza e del supporto ricevuto da un'istituzione scolastica che sa guardare alla persona nella sua interezza e complessità.
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