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Disagio giovanile e scuola: dove sono gli adulti?

Riflessioni sul pacchetto anti-maranza del Consiglio dei Ministri e sul reale ruolo della scuola di fronte al disagio giovanile.

Disagio giovanile e scuola: dove sono gli adulti?

Le ultime misure varate dal Consiglio dei Ministri per arginare il fenomeno del disagio giovanile lasciano aperto un interrogativo profondo. Quando un ragazzo sbaglia, la risposta dello Stato si concentra spesso su fermi preventivi, divieti mirati e sull'abbassamento della soglia di imputabilità. Ma quale responsabilità resta in capo a chi guida la comunità educante?

Il pacchetto normativo battezzato dai media come "anti-maranza" prova a recintare il problema con la forza della sanzione. Eppure, delegare ai decreti la soluzione di un malessere che affonda le radici nella solitudine digitale e nella crisi dei punti di riferimento tradizionali rischia di rivelarsi un esercizio sterile. Alessandro Prisciandaro, presidente nazionale APEI, ha sollevato la questione con toni netti: prima di invocare il pugno di ferro contro i giovanissimi, bisognerebbe avere il coraggio di interrogarsi sulle responsabilità degli adulti.

Analizzando nel dettaglio l'architettura dei recenti provvedimenti di pubblica sicurezza, emerge chiaramente una tendenza punitiva che sposta l'asse dell'intervento educativo interamente sul versante repressivo. L'inasprimento delle pene per i reati commessi dai minori e l'estensione dei daspo urbani anche ai giovanissimi ignorano la complessità sociologica del fenomeno. Secondo le rilevazioni del Ministero della Giustizia Minorile, Negli anni recenti si è assistito a una progressiva diminuzione dell'età media in cui si manifestano i primi comportamenti devianti, spesso legati a dinamiche di branco amplificate e distorte dall'uso compulsivo dei social network. Di fronte a questa mutazione genetica del conflitto giovanile, rispondere esclusivamente con l'aumento delle misure di restrizione della libertà personale equivale a curare i sintomi di una patologia cronica ignorandone le cause scatenanti.

La scuola italiana si trova quotidianamente a fare i conti con classi affollate, programmi rigidi e una carenza cronica di supporti psicologici stabili. In questo scenario, pretendere che gli istituti scolastici compensino da soli le falle educative di una società intera appare quantomeno velleitario.

La sanzione punitiva non può sostituire l'ascolto e la costruzione di un argine culturale condiviso tra famiglie e istituzioni.

La solitudine in cui operano gli insegnanti trova conferma nei dati diffusi dai principali sindacati di categoria: oltre il 70% del personale docente dichiara di non sentirsi adeguatamente formato per gestire episodi di aggressività verbale e fisica all'interno delle mura scolastiche. Non si tratta soltanto di episodi di bullismo tradizionale, ma di forme inedite di cyberbullismo e violenza relazionale che richiedono un'osservazione clinica e pedagogica avanzata. Gli assistenti tecnici, i collaboratori scolastici e il personale ATA rappresentano spesso le prime antenne sensibili sul territorio scolastico, intercettando disagi nascosti nei corridoi o nei momenti di pausa, ma raramente dispongono dei protocolli operativi necessari per tradurre questi segnali d'allarme in percorsi di recupero efficaci.

Mentre i tavoli tecnici di Governo discutono di ordine pubblico, i docenti continuano a presidiare le aule cercando di intercettare segnali di disagio che spesso esplodono fuori dall'orario scolastico. Servono competenze trasversali e una preparazione specifica per gestire la complessità relazionale odierna, andando ben oltre la semplice trasmissione di nozioni disciplinari. I pedagogisti concordano sulla necessità di introdurre stabilmente figure di mediazione culturale e psicologica in ogni istituto comprensivo e superiore, superando la logica dei progetti spot finanziati con bandi temporanei che si esauriscono nel giro di pochi mesi.

La sfida educativa richiede un cambio di paradigma culturale che coinvolga direttamente le famiglie, spesso disarmate o assenti di fronte alla mutazione digitale vissuta dai figli. Quando il patto di corresponsabilità educativa tra scuola e genitori si rompe, a pagare il prezzo più alto sono i ragazzi, abbandonati in una terra di nessuno dove l'unico riconoscimento identitario sembra provenire dall'approvazione virtuale o dalla trasgressione delle regole. Investire in formazione continua per i docenti e in presidi psicologici diffusi non è un lusso burocratico, ma l'unico vero investimento strategico per restituire autorevolezza alle istituzioni e un futuro sostenibile alle nuove generazioni.

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