Il recente disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 23 luglio, ribattezzato dai media come norma anti-maranza, punta a riscrivere le regole sulla responsabilità penale dei minorenni tra i 14 e i 18 anni, intervenendo inasprendo le sanzioni e modificando le misure cautelari applicabili nei procedimenti minorili. Un intervento repressivo che però non convince tutti gli addetti ai lavori, a partire da figure di spicco della magistratura come Nicola Gratteri, il quale ha sollevato forti perplessità sull'efficacia puramente sanzionatoria di simili misure, ricordando come il sistema penitenziario minorile rischi di trasformarsi in un incubatore di recidiva anziché in un luogo di reale rieducazione.
Le statistiche fornite dal Ministero della Giustizia confermano un trend preoccupante: negli ultimi tre anni si registra un incremento costante dei reati commessi da minori, con una particolare incidenza dei reati predatori e delle lesioni personali aggravate commesse in contesti di branco. Tuttavia, focalizzarsi esclusivamente sulla repressione giudiziaria significa ignorare la genesi del fenomeno. Dietro agli episodi di microcriminalità e bullismo che riempiono le cronache estive, i dirigenti scolastici e i docenti vedono ogni giorno un disagio relazionale che esplode tra i banchi della scuola secondaria di primo grado, anticipando spesso la deriva adolescenziale. Ma cosa serve davvero per arginare questa deriva sociale prima che sfoci nell'illegalità? La risposta, secondo molti educatori e sociologi dell'infanzia, passa per un cambio di paradigma strutturale all'interno degli istituti.
Analizzando il contesto europeo, emerge chiaramente come i Paesi con i tassi più bassi di dispersione scolastica e devianza giovanile siano quelli che investono massicciamente sul welfare scolastico. In Finlandia e in Francia, ad esempio, la figura dello psicologo e dell'assistente sociale non è un'eccezione legata a bandi regionali o a finanziamenti straordinari a termine, ma una componente strutturale e permanente dell'organico d'istituto. In Italia, al contrario, la presenza di professionisti della salute mentale nelle scuole è spesso affidata alla buona volontà dei dirigenti scolastici e a fondi europei transitori, lasciando i docenti privi di un supporto specialistico continuativo nella gestione delle dinamiche di classe più complesse.
La scuola non può limitarsi a punire i comportamenti devianti, ma deve presidiare il territorio con educazione e supporto psicologico costante.
La proposta alternativa che prende quota tra i corridoi ministeriali e le sigle sindacali ruota attorno a due precisi pilastri operativi: l'introduzione stabile di uno psicologo scolastico in ogni istituto e l'estensione del tempo pieno su tutto il territorio nazionale, con particolare riguardo alle aree urbane a rischio e alle periferie degradate. Una misura, quest'ultima, che richiederebbe investimenti massicci sull'organico docente e ATA, oltre che sull'edilizia scolastica per l'adeguamento delle mense e degli spazi laboratoriali, trasformando la scuola in un presidio sociale attivo anche nel pomeriggio, quando spesso i ragazzi restano privi di punti di riferimento familiari e istituzionali.
Per il personale docente, tutto ciò si traduce in una ridefinizione radicale del proprio profilo professionale. Chi lavora nella scuola sa bene che la gestione della classe richiede competenze relazionali e pedagogiche sempre più avanzate, che vanno ben oltre la semplice trasmissione nozionistica della materia curriculare. I docenti si trovano quotidianamente a fronteggiare episodi di cyberbullismo, hate speech, isolamento sociale e aggressività verbale che non possono essere risolti con le tradizionali note disciplinari o con la minaccia della bocciatura. La formazione continua del personale docente, incentrata sulle neuroscienze dell'età evolutiva e sulle tecniche di mediazione dei conflitti, diventa così l'unico scudo reale contro la dispersione scolastica e le difficoltà comportamentali degli studenti.
In questo scenario complesso, le istituzioni scolastiche non possono essere lasciate sole nel compito di decodificare i segnali d'allarme lanciati dalle nuove generazioni. È urgente un'alleanza educativa che coinvolga famiglie, enti locali e terzo settore, ma che parta inevitabilmente dal potenziamento delle competenze interne alla scuola. Solo dotando gli insegnanti e il personale amministrativo di strumenti concettuali e operativi adeguati sarà possibile intercettare il disagio giovanile nella sua fase embrionale, prevenendo quelle condotte devianti che il legislatore tenta oggi di arginare unicamente attraverso la leva penale.
Per approfondire: CEMFORM propone Master Bullismo e Prevenzione — un percorso universitario di 60 CFU pensato per fornire ai docenti strumenti concreti di analisi, gestione e contrasto del disagio giovanile in classe.


