La colonna di cenere si alza ancora una volta nel cielo della Sicilia orientale, bloccando i collegamenti aerei e mettendo a dura prova la logistica di chi vive la scuola a distanza. Con l'Aeroporto di Catania chiuso per l'ennesima eruzione dell'Etna, siamo al settimo giorno consecutivo di disagi profondi per passeggeri, turisti e soprattutto per il personale scolastico che tenta di rientrare nelle sedi di servizio o di raggiungere le famiglie per la pausa estiva.
I giorni che precedono il Ferragosto rappresentano da sempre un momento di spostamenti massicci lungo la penisola, ma per i docenti fuorisede la situazione si trasforma spesso in un vero e proprio calvario logistico ed economico. Chi insegna a centinaia di chilometri da casa conosce bene il peso dei costi di trasporto e la fragilità delle infrastrutture del Sud, costretto a fare i conti con cancellazioni improvvise, biglietti riacquistati a prezzo pieno e coincidenze impossibili da gestire.
Il fenomeno del precariato storico e della mobilità coatta tocca cifre impressionanti: secondo gli ultimi dati ministeriali, sono oltre 200.000 i docenti che prestano servizio fuori dalla propria regione di residenza, con punte altissime proprio nelle regioni settentrionali per quanto riguarda il personale proveniente dal Meridione e dalle isole. Questo flusso costante si scontra inevitabilmente con un sistema di trasporti insulare vulnerabile, dove la combinazione di eventi naturali estremi — come l'attività vulcanica — e la cronica carenza di collegamenti veloci via mare e via terra amplifica i costi fissi che gravano interamente sui bilanci familiari degli insegnanti.
La chiusura dello scalo etneo a ridosso delle partenze estive riaccende i riflettori sulla condizione dei docenti pendolari e sulla necessità di tutele economiche strutturali.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce l'attuale impianto contrattuale. Il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) del comparto Istruzione e Ricerca non prevede al momento alcun ammortizzatore o indennità specifica mirata a compensare il disaggio economico derivante dalla distanza geografica tra la residenza anagrafica e la sede scolastica di titolarità o di incarico annuale. A differenza di altri settori della pubblica amministrazione o del comparto sicurezza, dove la mobilità d'ufficio o l'assegnazione in sede disagiata prevedono compensi accessori, il docente pendolare affronta interamente a proprie spese i costi di affitto nei costosi mercati immobiliari delle grandi città del Nord e le spese vive per il rientro periodico nelle terre d'origine.
Proprio in mezzo a questa emergenza legata alla cenere vulcanica e ai voli dirottati su Palermo o Comiso, torna d'attualità una proposta avanzata dai sindacati e dalle associazioni di categoria negli ultimi mesi: l'introduzione di un'indennità economica dedicata al personale che lavora lontano da casa, calcolata proprio in base alle fasce di permanenza nella sede di servizio. Un sostegno concreto che compenserebbe i disagi dei trasferimenti continui e la difficoltà di radicare la propria vita professionale a grande distanza dal proprio centro di interessi.
Per il personale ATA la situazione non è meno critica: amministrativi e collaboratori scolastici, spesso inquadrati nelle fasce economiche più basse del pubblico impiego, subiscono lo stesso impatto devastante dei rincari dei trasporti in occasione delle festività e delle chiusure straordinarie degli hub aeroportuali, vedendo erosa gran parte della retribuzione mensile netta a causa delle spese di trasferta forzata.
Resta da capire se le istituzioni ascolteranno queste richieste o se il pendolarismo scolastico continuerà a essere considerato un problema marginale, gestito esclusivamente sulle spalle dei singoli lavoratori. Nel frattempo, centinaia di docenti bloccati negli scali siciliani continuano a monitorare i tabelloni delle partenze, sperando in una riapertura che permetta loro di raggiungere finalmente casa prima che suoni la prima campanella del nuovo anno scolastico.
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