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Looksmaxxing a scuola: cos'è la dismorfia da social

Il looksmaxxing tra gli adolescenti alimenta dismorfia e ansia. Qual è il ruolo dei docenti di fronte all'estetica digitale algoritmica?

Looksmaxxing a scuola: cos'è la dismorfia da social

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Nelle aule scolastiche si aggira silenziosa una nuova ossessione che arriva direttamente dagli schermi degli smartphone. Tra i banchi si parla sempre più spesso di looksmaxxing, un termine che definisce l'aspirazione estrema a perfezionare il proprio aspetto fisico seguendo canoni dettati da logiche algoritmiche e forum online.

Nata in contesti marginali della rete e legata a culture tossiche della manosfera, questa tendenza spazia da pratiche quotidiane di cura personale, note come softmaxxing, fino a derive decisamente pericolose. Tra queste figurano digiuni estremi definiti starvemaxxing e persino condotte autolesionistiche come il bonesmashing, praticato con l'illusione di modificare la struttura ossea del viso.

Le ultime rilevazioni dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza restituiscono un quadro allarmante: oltre il 40% dei ragazzi tra gli undici e i diciannove anni dichiara di passare più di quattro ore al giorno esposto a contenuti incentrati unicamente sull'estetica e sulla performance fisica. Questa esposizione costante non rappresenta un passatempo innocuo, ma un vero e proprio fattore di rischio clinico. Gli psicologi scolastici segnalano un incremento esponenziale dei casi di dismorfismo corporeo, ansia generalizzata e isolamento sociale, con una particolare incidenza nella fascia d'età compresa tra la scuola secondaria di primo grado e i primi anni delle superiori, dove la ricerca dell'identità si scontra con la tirannia dell'immagine digitale.

Dal punto di vista normativo e istituzionale, il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha più volte richiamato l'attenzione sulla necessità di presidiare il benessere digitale degli studenti. Le linee guida ministeriali sull'uso degli smartphone in classe, rafforzate dai recenti interventi che ne limitano l'utilizzo durante le attività didattiche, costituiscono un primo passo fondamentale per arginare l'interferenza costante delle piattaforme nella vita scolastica. Tuttavia, il divieto materiale del dispositivo non è sufficiente se non viene accompagnato da un'azione pedagogica strutturata. Il quadro normativo europeo, a partire dal Digital Services Act (DSA), impone alle piattaforme obblighi stringenti di protezione dei minori, ma la scuola rimane l'avamposto principale per tradurre questi principi in consapevolezza critica quotidiana.

Per il personale docente e per il personale ATA, che ogni giorno intercettano i primi segnali di disagio — come il ritiro sociale, il calo improvviso del rendimento o l'ossessione per la forma fisica anche nei mesi più freddi —, la sfida è duplice. Da un lato occorre saper riconoscere i campanelli d'allarme, superando la tentazione di derubricare questi comportamenti a semplici "ragazzate" o mode passeggere; dall'altro attivare reti di supporto interne, collaborando strettamente con i referenti per il bullismo e il cyberbullismo e con gli specialisti del settore psicopedagogico. L'introduzione di percorsi di educazione ai media e all'affettività non deve essere vista come un'aggiunta estemporanea al programma ministeriale, ma come un pilastro trasversale dell'offerta formativa, essenziale per restituire ai ragazzi il senso del proprio valore al di là dello schermo.

Il valore della persona non si riduce mai a una valutazione esteriore o a un punteggio assegnato da algoritmi e comunità virtuali.

Il vero motore di questa deriva estetica risiede nei sistemi di raccomandazione delle piattaforme social. I feed premiano i contenuti sensazionali, trascinando gli adolescenti verso materiali radicali e alimentando un confronto sociale incessante che sfocia spesso in ansia e dismorfofobia.

Di fronte a un disagio che erode l'equilibrio emotivo dei ragazzi, il contenimento tecnico non basta. La scuola rappresenta il primo vero argine educativo, il luogo in cui decodificare la pseudoscienza della rete e promuovere un benessere psicofisico autentico.

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