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Social a 11 anni: ritardi in italiano e matematica

Uno studio delle università lombarde rivela che l'uso precoce dei social network a 11 anni causa ritardi evidenti in italiano e matematica.

Social a 11 anni: ritardi in italiano e matematica

Un gruppo di ricercatori delle Università di Milano-Bicocca e di Brescia ha analizzato l'impatto dei social media sugli studenti di undici anni, evidenziando una correlazione diretta tra l'utilizzo precoce delle piattaforme digitali e un calo delle competenze in italiano e matematica. La ricerca si inserisce nel dibattito internazionale sull'accesso dei giovanissimi alla rete, un tema che vede nazioni come l'Australia e la Francia muoversi verso restrizioni severe e divieti d'età.

Entrando nel dettaglio del quadro normativo internazionale ed europeo, la pressione per una regolamentazione più rigida sta crescendo esponenzialmente. La Francia, ad esempio, ha già introdotto il divieto di utilizzo dello smartphone nelle scuole medie e sta valutando sbarramenti anagrafici rigorosi per l'accesso ai social network sotto i tredici anni, in linea con il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), che tuttavia finora ha mostrato ampie zone grigie facilmente aggirabili dai minori con il consenso (spesso fittizio) dei genitori. L'Australia si è spinta oltre, proponendo una legge federale per vietare l'accesso alle piattaforme social ai minori di sedici anni, spostando la responsabilità direttamente sui colossi tecnologici attraverso sanzioni pecuniarie colossali in caso di mancata verifica dell'età. In Italia, il dibattito si scontra con una forte resistenza culturale, ma il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha recentemente ribadito le linee guida che limitano l'uso dei dispositivi personali in classe, richiamando l'attenzione sulla necessità di un uso esclusivamente didattico e ragionato dei device.

I dati raccolti dai dipartimenti lombardi mostrano come la sovraesposizione agli schermi digitali riduca drasticamente il tempo dedicato alla lettura approfondita e al ragionamento logico. Nelle aule scolastiche, i docenti notano quotidianamente una soglia dell'attenzione sempre più labile, che incide pesantemente sulla comprensione del testo e sulla risoluzione dei problemi aritmetici complessi. Ma come possono gli insegnanti arginare questa dispersione cognitiva tra i banchi?

Le conseguenze di questa esposizione non riguardano soltanto il rendimento immediato, ma rischiano di compromettere la struttura del pensiero critico durante la scuola secondaria di primo grado.

I ragazzi che accedono ai social prima della scuola media manifestano lacune persistenti nelle prove standardizzate rispetto ai coetanei non iscritti ad alcun network.
Un divario che la scuola fatica a colmare con le sole lezioni frontali, richiedendo invece un intervento mirato sulla didattica digitale e sull'alfabetizzazione mediatica.

Per comprendere appieno la portata del fenomeno, analizzare le evidenze neuroscientifiche che accompagnano queste ricerche sociologiche. La continua stimolazione visiva e l'architettura dei social network — basata sul meccanismo della gratificazione istantanea e dello *scrolling* infinito — modificano i circuiti della dopamina nei preadolescenti, riducendo la loro capacità di tollerare la frustrazione associata a compiti cognitivi complessi e prolungati nel tempo, come lo studio di un capitolo di storia o lo svolgimento di un'espressione algebrica. I ricercatori di Milano-Bicocca e Brescia sottolineano che gli studenti undicenni "iperconnessi" dedicano in media meno di venti minuti al giorno alla lettura non obbligatoria, un tempo insufficiente per sviluppare adeguate competenze di inferenza e lessicali.

Dal punto di vista pratico, le implicazioni per il personale scolastico sono enormi e non riguardano solo i docenti curricolari. Anche il personale ATA e la segreteria scolastica si trovano a gestire le ricadute relazionali e disciplinari figlie di dinamiche nate online e traslocate in cortile o in classe, dal cyberbullismo alle riprese non autorizzate. Per i docenti, la sfida quotidiana consiste nel ripensare l'azione didattica non demonizzando la tecnologia in blocco, ma utilizzandola come contrappeso formativo. Questo significa adottare strategie di *media education* attiva, in cui gli studenti non siano solo consumatori passivi di contenuti preconfezionati, ma analizzino criticamente gli algoritmi, la veridicità delle fonti e l'impatto emotivo della comunicazione digitale.

Il fenomeno richiede una riflessione condivisa tra famiglie e istituzioni educative, poiché il controllo domestico risulta spesso inadeguato di fronte alla pervasività degli smartphone. Integrare la tecnologia in classe in modo consapevole resta l'unica strada percorribile per trasformare uno strumento di distrazione in una risorsa di apprendimento reale, come approfondito anche nei percorsi di aggiornamento sulla didattica digitale offerti da CEMFORM.

Per approfondire: CEMFORM propone IDCERT DigCompEdu — la certificazione delle competenze digitali specifica per docenti, utile per valorizzare il punteggio nelle graduatorie e gestire al meglio le nuove sfide tecnologiche in classe.

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