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Paolo Crepet: vietare i social sotto i 16 anni per salvare i giovani

Secondo lo psichiatra Paolo Crepet i social vanno vietati sotto i sedici anni per contrastare la dipendenza digitale e stimolare il talento dei ragazzi.

Paolo Crepet: vietare i social sotto i 16 anni per salvare i giovani

Photo by Franco Solis on Pexels

Chi viaggia regolarmente lungo la tratta ferroviaria che collega Milano a Roma si trova spesso a osservare scene che lasciano spazio a parecchie riflessioni. Manager d'azienda e professionisti di alto profilo passano intere ore a scorrere video banali sugli schermi degli smartphone, tra filmati di animali domestici e contenuti effimeri. Lo psichiatra Paolo Crepet, in una recente intervista rilasciata a Repubblica, parte proprio da questa constatazione per allargare lo sguardo su un fenomeno che attraversa trasversalmente tutte le generazioni, ma che trova nei più giovani il suo terreno più fertile e vulnerabile.

Il nocciolo della questione ruota attorno al tempo speso davanti ai display, un'abitudine che ha superato da tempo i confini del passatempo per assumere i contorni di una vera e propria schiavitù moderna. Durante il confronto, viene citato il caso limite di una studentessa britannica arrivata a utilizzare il cellulare per dodici ore al giorno. Una cifra impressionante che spinge lo psichiatra a un paragone spietato con le vecchie dipendenze da sostanze, sottolineando come la tecnologia odierna riesca a catturare l'individuo per l'intera giornata senza tregua, azzerando i momenti di pausa e di interazione fisica con il mondo esterno.

A confermare la portata sistemica del problema intervengono i dati più recenti diffusi dall'ISTAT e dalle principali agenzie di ricerca sociologica, secondo cui oltre il 70% degli adolescenti italiani utilizza lo smartphone in modo continuativo, superando le sei ore giornaliere di esposizione agli schermi nei giorni feriali. Questo sovraccarico cognitivo non incide soltanto sulla capacità di concentrazione prolungata, misurata in costante calo nei test di valutazione scolastica INVALSI, ma modifica radicalmente i processi neurobiologici legati alla gratificazione immediata e alla tolleranza alla frustrazione.

Vanno vietati sotto i sedici anni sti social, perché rischiano di svuotare il pensiero e di spegnere ogni forma di originalità nei nostri ragazzi.

La conseguenza diretta di questa iperconnessione è una sistematica fuga dalla realtà. Molti adolescenti preferiscono la dimensione protetta e immobile della propria camera, rinunciando al confronto diretto con i coetanei, alla fatica delle relazioni sociali reali e persino alle piccole difficoltà quotidiane che aiutano a crescere. La noia viene immediatamente anestetizzata da un flusso continuo di notifiche e immagini preconfezionate, alimentando una ripetitività che secondo l'esperto rappresenta la forma più evidente di mediocrità intellettuale.

Nel dibattito pubblico italiano ed europeo, la proposta di innalzare a sedici anni il limite d'accesso alle piattaforme social si scontra tuttavia con la complessità dell'attuazione pratica e con i vuoti normativi attuali. Mentre in Australia il governo ha recentemente varato una legge pionieristica per bloccare l'accesso dei minori di 16 anni ai social media imponendo sanzioni record alle aziende tecnologiche, in Italia il quadro legislativo si muove lentamente tra disegni di legge e linee guida ministeriali che faticano a incidere sul mercato reale delle grandi piattaforme, spesso aggirabili tramite falsificazioni dell'età anagrafica in fase di registrazione.

In questo scenario di profonda transizione culturale, il personale scolastico e il corpo docente si trovano in prima linea a gestire le ricadute comportamentali di tale dipendenza digitale all'interno delle aule. La distrazione cronica, l'impoverimento del lessico e la difficoltà a mantenere l'attenzione per la durata di una lezione frontale o laboratoriale impongono un ripensamento radicale della didattica. Non si tratta semplicemente di vietare l'uso dei dispositivi durante le ore di lezione — misura ormai adottata da numerosi istituti scolastici italiani in seguito alle recenti circolari del Ministero dell'Istruzione e del Merito — ma di guidare gli studenti verso un utilizzo critico, etico e funzionale degli strumenti digitali.

Il divieto dei social network prima del compimento del sedicesimo anno d'età viene dunque invocato non come una misura punitiva, ma come un argine necessario per permettere ai giovani di sviluppare il proprio potenziale creativo. La scuola e la famiglia si trovano così a fronteggiare una sfida educativa inedita, dove l'obiettivo primario non è inseguire la digitalizzazione a tutti i costi, ma insegnare agli studenti a governare gli strumenti tecnologici senza esserne dominati, lasciando spazio alla nascita di idee originali e di autentico talento.

Per affrontare questa sfida con strumenti adeguati, gli insegnanti e gli operatori scolastici devono oggi possedere non solo una solida preparazione pedagogica, ma anche una competenza digitale certificata che vada ben oltre la semplice navigazione ricreativa. Comprendere i meccanismi di funzionamento degli algoritmi, i rischi della manipolazione dell'informazione online e le metriche di cittadinanza digitale europea rappresenta ormai un requisito fondamentale per mediare il rapporto tra i nativi digitali e la tecnologia.

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