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Paolo Crepet e la crisi educativa: l'iperprotezione dei giovani

Paolo Crepet analizza la crisi educativa contemporanea, criticando l'iperprotezione dei genitori e la dipendenza digitale dei giovani d'oggi.

Paolo Crepet e la crisi educativa: l'iperprotezione dei giovani

Photo by Quí Trần on Pexels

Le imprese tennistiche di campioni come Jannik Sinner e Carlos Alcaraz riempiono gli stadi e catturano l'attenzione di milioni di spettatori. Eppure, fuori dai campi da gioco, la realtà quotidiana dei ragazzi racconta una storia profondamente diversa, fatta di fragilità e di una costante ricerca di scorciatoie. A mettere il dito sulla piaga è lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che in una recente intervista concessa a la Repubblica ha offerto una lettura impietosa dei modelli educativi contemporanei in concomitanza con l'uscita del suo ultimo lavoro editoriale dal titolo Riprendersi l'anima.

Il nodo centrale della riflessione tocca il paradosso di una società che sa applaudire il sacrificio atletico ma che, tra le mura domestiche, tende a sterilizzare ogni singola difficoltà. "Possibile che sbracati sul divano ammiriamo Sinner e Alcaraz, che sanno cosa sono fatica e impegno, e poi ai nostri figli puliamo il nasino a 10 anni come a 20?", si domanda lo psichiatra, evidenziando una tendenza all'iperprotezione che finisce per disarmare emotivamente le nuove generazioni.

Questo divario tra l'esaltazione mediatica della resilienza e la realtà di un welfare familiare iperprotettivo trova conferma nei dati più recenti diffusi dagli osservatori psicologici scolastici. Secondo le rilevazioni del Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi (CNOP), Negli anni recenti si è registrato un incremento superiore al 30% delle richieste di supporto psicologico all'interno degli istituti superiori italiani, con un picco marcato di episodi legati ad ansia da prestazione, attacchi di panico e forme di ritiro sociale, come il fenomeno degli *hikikomori*. I ragazzi arrivano a misurarsi con le prime vere frustrazioni — un voto basso, un conflitto con i pari, un rifiuto — privi degli anticorpi emotivi necessari per metabolizzarle, trasformando ogni piccolo ostacolo in insormontabile blocco evolutivo.

Il successo dei grandi atleti dimostra che il pubblico apprezza la disciplina, ma nella vita di tutti i giorni separiamo i giovani dalla cultura dello sforzo.

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda al rapporto simbiotico tra le giovani generazioni e gli strumenti digitali, spesso utilizzati come surrogato della presenza adulta o come anestetico emotivo di fronte alle prime vere delusioni. L'abuso di smartphone e piattaforme social non fa che accelerare il processo di isolamento, riducendo drasticamente la soglia dell'attenzione e la capacità di tollerare la noia, che costituisce invece il terreno fertile per la creatività e l'introspezione. In questo scenario, il quadro normativo di riferimento per la scuola — penso alle linee guida ministeriali sulla cittadinanza digitale e sulla prevenzione del disagio — richiede un cambio di passo che non può limitarsi a interventi spot o sanzionatori.

Per chi opera quotidianamente nelle aule scolastiche, riconoscere i segnali di questo disagio evolutivo diventa un compito tanto complesso quanto urgente, che va ben oltre la semplice trasmissione di nozioni disciplinari. Gli insegnanti e il personale ATA si trovano in prima linea, spesso sprovvisti di chiavi di lettura adeguate per intercettare i segnali prodromici di devianza, bullismo o depressione giovanile. La scuola si ritrova così a gestire non soltanto i programmi ministeriali e le scadenze della didattica tradizionale, ma anche le macerie di un'alleanza educativa spesso sfilacciata tra famiglia e istituzioni, dove il docente rischia di trasformarsi nel capro espiatorio di ogni fallimento formativo.

Alla luce delle disposizioni vigenti in materia di inclusione e prevenzione, come previsto dai recenti aggiornamenti normativi sulla gestione delle condotte e sul benessere psicologico degli studenti (rif. Decreto Ministeriale e circolari applicative sulla corresponsabilità educativa), la formazione continua non è più un optional. Affrontare queste sfide richiede competenze relazionali e pedagogiche avanzate, capaci di decodificare il disagio giovanile prima che si trasformi in abbandono o in chiusura sociale. Per i docenti che desiderano approfondire gli strumenti teorici e pratici legati alla gestione delle dinamiche relazionali e alla prevenzione del disagio, i percorsi di aggiornamento rappresentano un tassello fondamentale per la crescita professionale all'interno del sistema scolastico e per l'acquisizione di crediti formativi spendibili nelle graduatorie.

Per approfondire: CEMFORM propone Master sul Bullismo — un percorso di perfezionamento di 60 CFU ideale per comprendere le dinamiche relazionali e la prevenzione del disagio giovanile a scuola.

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