Diciotto anni passati tra cattedre provvisorie, scrutini di fine anno vissuti con la valigia in mano e un curriculum che farebbe invidia a qualsiasi cattedratico. La storia di una docente riminese di cinquantacinque anni, raccontata dalle pagine del Corriere della Sera, fotografa alla perfezione l'abisso in cui sprofonda buona parte del personale scolastico italiano. Nonostante una laurea all'Accademia delle Belle Arti di Bologna, una magistrale in Arti visive, otto classi di concorso superate e posizioni di vertice nelle graduatorie, il contratto a tempo indeterminato resta un miraggio lontano.
Ogni primo settembre il copione si ripete identico. Cambiano i plichi di scatoloni da trasportare, cambiano i volti dei colleghi in sala professori, ma la sostanza rimane la stessa: la chiamata per una supplenza annuale, l'ennesima ricostruzione di carriera che non porta mai alla tanto agognata stabilità. Parliamo di un paradosso burocratico che colpisce i docenti storici, quelli che hanno retto le fondamenta degli istituti superiori durante le ondate di pensionamenti e le riforme calate dall'alto, ritrovandosi scavalcati o semplicemente intrappolati in un imbuto normativo che non riconosce il valore effettivo dell'esperienza accumulata sul campo.
Il quadro generale, del resto, è confermato dai dati diffusi dai principali sindacati di categoria e dalle rilevazioni Istat sul mercato del lavoro pubblico: in Italia oltre il 20% della forza docente vive in una condizione di stabilizzazione mancata. Questo esercito di circa 200.000 supplenti storici non rappresenta un'eccezione gestionale, ma una componente strutturale e imprescindibile per il funzionamento quotidiano degli istituti statali. Senza questo contributo, la macchina dell'istruzione pubblica collasserebbe nel giro di ventiquattro ore, incapace di coprire le cattedre vacanti lasciate scoperte dai concorsi ordinari a singhiozzo.
Il precariato non è soltanto una questione di stipendi ballerini o di ferie estive non pagate; è la negazione sistematica della continuità didattica che danneggia prima di tutto gli studenti.
Il sistema delle graduatorie provinciali per le supplenze e dei concorsi a crocette o a blocchi continua a produrre una classe di insegnanti ultra-specializzati ma cronicamente instabili. Le otto classi di concorso accumulate dalla professoressa di Rimini dimostrano una versatilità formativa notevole, figlia di sacrifici economici e di decenni di aggiornamento costante. Eppure, investire in titoli e abilitazioni supplementari non garantisce l'accesso al ruolo, trasformando la formazione continua in una sorta di tassa occulta pagata da chi insegna per vocazione ma viene trattato come risorsa usa e getta.
A complicare ulteriormente lo scenario interviene l'intreccio normativo legato ai nuovi percorsi di abilitazione introdotti dalla Riforma Bianchi e attuati con i decreti attuativi del PNRR. Se da un lato l'Unione Europea sollecita la riduzione strutturale del precariato storico per rispettare i target comunitari ed evitare le pesanti sanzioni sulle supplenze reiterate oltre i trentasei mesi, dall'altro le procedure di reclutamento continuano a privilegeranno logiche selettive astratte. I concorsi a cadenza biennale, spesso caratterizzati da un'elevata percentuale di bocciatura agli scritti informatizzati, rischiano di tagliare fuori proprio quei docenti veterani che possiedono le competenze pratiche d'aula ma faticano a competere con la didattica mnemonica dei test a risposta multipla.
Le conseguenze di questo cortocircuito istituzionale si riflettono direttamente sulla qualità dell'offerta formativa. La rotazione continua del personale impedisce la creazione di un legame educativo solido tra docenti e alunni, azzerando i piani di lungo periodo e costringendo le scuole a ripartire ogni anno da zero nella programmazione didattica. Una criticità che pesa in modo particolare sugli studenti con bisogni educativi speciali (BES) e disabilità, per i quali la continuità del docente di sostegno o di riferimento rappresenta il pilastro fondamentale del percorso di inclusione sociale e scolastica.
Mentre i tavoli ministeriali continuano a discutere di percentuali di immissioni in ruolo e di piani straordinari legati agli obiettivi del PNRR, la realtà dei corridoi scolastici racconta un bollettino di guerra fatto di precari storici che lasciano la cattedra per sfinimento prima di raggiungere l'età pensionabile. Senza una revisione profonda dei canali di reclutamento che valorizzi realmente l'anzianità di servizio e la polivalenza disciplinare, le aule continueranno a dipendere da un esercito di supplenti perenni, pronti a ricominciare tutto daccapo ogni dodici mesi.
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