Il Parlamento francese ha appena sferrato un colpo deciso al digitale selvaggio. Ha approvato in via definitiva una legge che vieta l'accesso ai social network ai minori di quindici anni e blocca l'uso dei telefoni cellulari nelle scuole superiori a partire dal settembre 2026. Oltralpe si muovono con tempistiche certe, mentre dalle nostre parti il dibattito si arena spesso tra circolari ministeriali morbide e proclami senza seguito.
Ma quante scuole italiane applicano davvero i divieti attuali senza tolleranza? La questione divide il personale scolastico e le famiglie, sollevando interrogativi profondi sulla gestione quotidiana delle aule. Da un lato ci sono docenti esasperati dalla distrazione costante causata dalle notifiche durante le lezioni, dall'altro genitori preoccupati per la reperibilità dei figli.
Alessandro Novara, analizzando lo scenario europeo, ha lanciato un appello netto: l'Italia dovrebbe svegliarsi e prendere decisioni altrettanto coraggiose. Nel frattempo, voci autorevoli come quella dello psichiatra Paolo Crepet insistono sulla necessità di fornire alternative concrete ai ragazzi, anziché limitarsi a spegnere gli schermi. Se togli lo strumento, devi riempire il vuoto con laboratori, sport o relazioni reali.
Anche Mafe Polidoro mette in guardia dal rischio principale: evitare che i dispositivi rimangano una protesi incollata alle mani dei ragazzi per ventiquattro ore al giorno. La scuola non può fare miracoli da sola, ma senza una linea comune tra istituzioni e famiglie la battaglia contro la dipendenza digitale parte già persa.
La scuola non può vincere da sola la battaglia contro la distrazione digitale se fuori dalle mura scolastiche manca un'alleanza educativa solida.
Negli istituti italiani il divieto di usare lo smartphone in classe esiste già sulla carta, ma manca una sanzione condivisa e spesso la norma viene aggirata con astuzia dai banchi. Senza una legge nazionale forte come quella transalpina, i presidi restano soli a gestire le proteste dei genitori. La transizione verso una didattica che sappia usare la tecnologia senza esserne schiava passa inevitabilmente attraverso competenze digitali consapevoli, che non si improvvisano ma si studiano attraverso percorsi mirati come la certificazione DigCompEdu pensata per i docenti.


