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Stress e burnout nella scuola: l'allarme dell'Agenzia Europea

L'indagine Osh Pulse 2025 conferma che il lavoro a scuola è tra i più stressanti. Docenti e personale ATA rischiano il burnout: ecco i dati.

Stress e burnout nella scuola: l'allarme dell'Agenzia Europea

Correggere compiti fino a tarda sera, gestire classi sovraffollate e far fronte a continue riforme ministeriali non sono più semplici inconvenienti del mestiere. L'indagine Osh Pulse 2025 condotta dall'Eu-Osha, l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, ha messo nero su bianco una realtà che chi vive la cattedra sperimenta ogni giorno: il settore scolastico figura stabilmente tra quelli a più alto rischio di esaurimento psicofisico e burnout.

I numeri dell'indagine parlano chiaro e smontano la retorica del "posto fisso" e delle lunghe vacanze estive. Secondo i dati aggregati a livello comunitario, oltre il 45% dei lavoratori del comparto istruzione lamenta livelli cronici di stanchezza emotiva, superando in negativo persino la media registrata nel settore manifatturiero e dei trasporti. Per anni il disagio psicologico del personale scolastico è stato sottovalutato, confinato nella sfera della lamentela personale anziché riconosciuto come un problema strutturale di sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma quali sono i fattori scatenanti di questa emergenza silenziosa?

Il lavoro a scuola produce livelli di stress paragonabili ai settori industriali più gravosi, imponendo un cambio di rotta immediato nella gestione della salute del personale.

Tra le cause principali individuate dai tecnici europei spiccano la burocratizzazione crescente delle attività didattiche e amministrative, unita al deterioramento del rapporto con le famiglie. A questo si aggiunge l'obbligo di districarsi tra piattaforme digitali ministeriali obsolete, registri elettronici spesso poco intuitivi e scadenze stringenti per la rendicontazione dei progetti PNRR, che gravano tanto sui docenti quanto sul personale ATA. Chi lavora negli uffici di segreteria o tra i banchi sa bene quanto la pressione quotidiana incida sul benessere psicofisico, portando spesso a un logoramento che finisce per riflettersi sulla qualità stessa dell'offerta formativa. Ignorare questi segnali significa condannare il sistema scolastico a un malessere cronico.

Dal punto di vista normativo, il quadro di riferimento impone alle istituzioni scolastiche di attuare rigorosamente il Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08), che all'articolo 28 obbliga il datore di lavoro a valutare tutti i rischi per la salute, compresi quelli derivanti dallo stress lavoro-correlato. Tuttavia, nella pratica quotidiana degli istituti italiani, la valutazione del rischio psicosociale si riduce spesso a una mera compilazione di checklist formali, senza tradursi in interventi concreti di prevenzione, supporto psicologico o riorganizzazione dei flussi di lavoro.

Per il personale amministrativo e tecnico, così come per gli insegnanti, l'impatto di questa disorganizzazione si traduce in ore supplettive non retribuite e in un sovraccarico cognitivo costante. Spesso, la mancanza di una padronanza avanzata degli strumenti digitali e delle metodologie di smart working o archiviazione cloud amplifica il senso di inadeguatezza, trasformando mansioni routinarie in ostacoli insormontabili.

Diventa quindi indispensabile ripensare i carichi di lavoro e investire in percorsi di aggiornamento che non siano solo adempimenti formali finalizzati all'acquisizione di crediti, ma veri strumenti di supporto professionale. Gestire al meglio le competenze digitali o acquisire nuove qualifiche, come quelle offerte dai percorsi di formazione mirata, aiuta spesso a snellire le procedure e a ridurre il senso di frustrazione operativa quotidiana, alleggerendo il peso della burocratizzazione.

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