Le buste paga del personale scolastico tornano al centro del dibattito economico mentre l'esecutivo apre le valutazioni sulla rimodulazione delle aliquote fiscali. L'ipotesi sul tavolo riguarda una riduzione della pressione tributaria per i redditi compresi tra 50 mila e 60 mila euro, con il passaggio dal 43% al 33% e un risparmio potenziale di circa mille euro all'anno per le fasce più alte. Ma questa misura risponde davvero alle urgenze economiche di chi vive la scuola ogni giorno?
Per comprendere appieno la portata del dibattito, occorre analizzare la struttura retributiva attuale del comparto scuola, storicamente caratterizzata da stipendi inferiori alla media europea e non adeguati al costo della vita. Gli ultimi dati dell'Aran e della Ragioneria dello Stato evidenziano come la stragrande maggioranza dei docenti italiani – in particolare nella scuola primaria e secondaria di primo grado – si collochi ben al di sotto della soglia dei 35 mila euro annui lordi. Stessa situazione, se non più critica, riguarda il personale ATA, il cui profilo stipendiale di ingresso fatica a superare i 21 mila euro lordi all'anno.
La risposta alla misura in esame arriva dalle sigle sindacali, pronte a contestare una platea di beneficiari considerata troppo distante dal reale tessuto dei lavoratori della pubblica istruzione. Intervenendo nel merito della discussione, il presidente nazionale di ANIEF Marcello Pacifico ha tracciato una linea netta sulle priorità da seguire per evitare di sbilanciare gli interventi verso i redditi medio-alti. Secondo il sindacato, l'attenzione dello Stato dovrebbe concentrarsi sulle fasce che subiscono maggiormente l'impatto dell'inflazione galoppante degli ultimi anni, la quale ha eroso oltre il 15% del potere d'acquisto reale tra il 2021 e il 2024.
La controproposta avanzata punta a ridisegnare gli scaglioni esistenti, estendendo l'aliquota del 23% fino a una soglia di 40 mila euro, superando così l'attuale limite fissato a 28 mila euro. Una modifica di questo tipo interverrebbe direttamente sul ceto medio-basso della scuola, offrendo un sollievo concreto a docenti e ATA che affrontano quotidianamente il carovita. Dal punto di vista pratico, un'operazione di ampliamento del primo scaglione IRPEF garantirebbe un beneficio economico netto stimato tra i 600 e i 900 euro annui per la gran parte dei dipendenti statali, un importo nettamente superiore rispetto a quanto otterrebbero con il taglio delle aliquote per i redditi superiori ai 50 mila euro, fascia in cui rientra una percentuale minima del personale scolastico (principalmente dirigenti scolastici o docenti con decenni di anzianità e ore aggiuntive massime).
A completare il quadro delle richieste c'è la detassazione delle voci accessorie che compongono la retribuzione professionale, un tema su cui i tavoli di contrattazione collettiva nazionale di comparto (CCNL) stanno concentrando gran parte dell'attenzione in vista delle prossime scadenze di bilancio.
L'adozione del quindici per cento sugli aumenti contrattuali e sugli straordinari servirebbe a dare ossigeno a quei comparti dove il potere d'acquisto ha raggiunto livelli minimi.
Il sindacato chiede infatti l'applicazione di un'aliquota agevolata al 15% non solo sugli incrementi previsti dal rinnovo contrattuale in pagamento nei mesi estivi, ma anche sul salario accessorio e sulle ore di straordinario prestate per i progetti PNRR, i corsi di recupero e le attività di gestione amministrativa. Parliamo di un meccanismo simile a quello già sperimentato con successo per i premi di produttività nel settore privato. In un contesto in cui la formazione continua e l'aggiornamento professionale — ambiti in cui piattaforme specializzate come CEMFORM offrono percorsi mirati per l'acquisizione di nuove competenze e certificazioni — rappresentano un investimento essenziale ma spesso oneroso per il singolo lavoratore, alleggerire la pressione fiscale sulle voci accessorie significherebbe restituire valore economico all'impegno aggiuntivo del personale.
Parliamo di un nodo cruciale per un settore che sconta decenni di stagnazione economica e che attende manovre strutturali in grado di restituire dignità e valore alla professione docente e amministrativa, ben oltre i bonus temporanei. Senza un intervento mirato sul ceto medio-basso e sulla defiscalizzazione del salario accessorio, il rischio concreto è quello di alimentare il divario tra il personale della scuola e gli altri comparti del pubblico impiego, aggravando ulteriormente la crisi di attrattiva che sta colpendo l'intero sistema di istruzione nazionale.
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