Formazione & Certificazioni

Vincenzo Schettini ai docenti: godetevi la scuola e stop burocrazia

Il prof Vincenzo Schettini riflette su precariato, smartphone in classe e burocrazia nella scuola italiana, invitando i docenti a riscoprire la passione.

Vincenzo Schettini ai docenti: godetevi la scuola e stop burocrazia

Photo by Wellington Silva on Pexels

Il precariato scolastico e la burocrazia asfissiante rischiano di spegnere la passione per l'insegnamento. A lanciare l'allarme, tra memoria personale e provocazioni, è Vincenzo Schettini, noto insegnante di fisica e volto televisivo, intervenuto nella rubrica I protagonisti di Orizzonte Scuola per una conversazione con Francesco Brunetto.

Sette, forse otto anni di precariato alle spalle. Un periodo fatto di contratti in scadenza al trenta giugno, estati senza retribuzione e una sistemazione di fortuna con il bagno esterno e senza lavatrice. Eppure, ripensando a quegli anni trascorsi prima dell'immissione in ruolo arrivata nel settembre del 2013, il docente non ha esitato a definirli belli, segnati dalla scoperta autentica della cattedra.

Le statistiche sul precariato storico in Italia confermano tuttavia un quadro ben più critico rispetto all'esperienza personale del noto divulgatore. Secondo gli ultimi dati sindacali e del Ministero dell'Istruzione e del Merito, la percentuale di docenti non di ruolo supera stabilmente quota 200.000 unità ogni anno scolastico, un esercito di supplenti che garantisce la continuità didattica ma che subisce gli effetti negativi di un sistema di reclutamento farraginoso, basato su GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze) spesso bersagliate da errori algoritmici e ritardi nelle nomine che si protraggono ben oltre l'avvio delle lezioni a settembre.

Ma quanti docenti riescono oggi a mantenere quello stesso entusiasmo di fronte a una macchina amministrativa sempre più complessa? La scuola italiana è diventata un ingranaggio soffocato dalle scartoffie, dove l'eccesso di adempimenti burocratici — dai registri elettronici multifunzione alla rendicontazione dei progetti PNRR, fino ai PEI e ai PDP per gli studenti con BES e DSA — allontana i professori dal loro compito principale: insegnare e stabilire una connessione umana con i ragazzi.

A questo si aggiunge un carico di responsabilità giuridiche e civili che Negli anni recenti ha subito un'impennata, alimentando quel fenomeno noto in letteratura come il "burnout" dell'insegnante. Molti docenti si ritrovano a gestire adempimenti che esulano dalla pura didattica, trasformandosi in burocrati della formazione a scapito del tempo da dedicare alla progettazione delle lezioni e all'ascolto attivo degli studenti.

Il messaggio rivolto ai colleghi è netto: non state a fissarvi con questa cosa del precariato, per favore, godetevi questo mestiere.

Nel corso del confronto, lo spazio si è allargato anche al rapporto tra docenti e studenti, segnato da un progressivo logoramento dell'autorità. Se in passato la figura del professore godeva di un rispetto quasi sacrale, oggi la situazione appare ribaltata. Gli stimoli esterni, alimentati da una rete dove chiunque si sente autorizzato a esprimere giudizi su tutto, hanno eroso la fiducia reciproca, coinvolgendo spesso anche le famiglie. Si assiste non di rado a dinamiche di tipo conflittuale, dove il giudizio professionale del docente viene costantemente messo in discussione da genitori pronti a intervenire in difesa dei figli anche di fronte a evidenti mancanze disciplinari o didattiche.

Capitolo a parte per il digitale tra i banchi. Sull'uso degli smartphone durante le lezioni la linea è intransigente: il telefono non serve a nulla, punto e basta. Una posizione che trova d'accordo non solo il senso comune pedagogico, ma anche le recenti circolari ministeriali che hanno ribadito il divieto assoluto di utilizzo dei dispositivi mobili in classe per scopi estranei alla didattica, richiamando l'attenzione sui danni legati alla distrazione cronica e alla riduzione dei tempi di attenzione prolungata nei più giovani. Il professore ha bocciato senza appello la sperimentazione delle classi digitali con gli iPad avviata nel 2016 nella sua scuola, definendola un errore colossale, mentre ha promosso il ritorno a modalità più tradizionali e all'uso di lavagna e gesso.

Il ritorno agli strumenti tradizionali non significa tuttavia chiusura all'innovazione, ma piuttosto la ricerca di un equilibrio in cui la tecnologia sia un mezzo e mai il fine dell'azione educativa. La vera sfida metodologica consiste nel saper catturare l'attenzione degli alunni attraverso la forza della narrazione, il rigore scientifico e la capacità di stimolare il pensiero critico, abilità che nessun algoritmo o supporto multimediale potrà mai replicare autonomamente.

La cattedra richiede originalità e vicinanza umana, doti che nessun dispositivo elettronico potrà mai sostituire. Per chi desidera affinare le proprie competenze metodologiche senza perdere di vista il valore relazionale della didattica, l'offerta formativa di CEMFORM propone percorsi specifici pensati per sostenere gli insegnanti nelle sfide quotidiane della scuola contemporanea.

Per approfondire: CEMFORM propone Master Professione Docente — un percorso avanzato per affrontare le complessità pedagogiche e metodologiche della scuola di oggi, migliorando l'efficacia dell'azione didattica in classe.

Condividi