Le aule scolastiche italiane continuano a fare i conti con un carico di adempimenti amministrativi che spesso soffoca la passione per l'insegnamento. A riaccendere il dibattito su questo tema è stato il professor Vincenzo Schettini, noto al grande pubblico come l'influencer de La Fisica Che Ci Piace, che non ha usato mezzi termini per descrivere la realtà quotidiana di chi sta dietro la cattedra.
Durante un recente intervento, il docente ha spiegato chiaramente come gli stimoli arrivino unicamente dai ragazzi, mentre dall'apparato statale arrivi quasi esclusivamente burocrazia. Ma quanto tempo un insegnante è costretto a sottrarre alla didattica per compilare moduli e scartoffie? La questione non è nuova, ma assume contorni sempre più critici con l'aumento delle richieste digitali e gestionali imposte dal Ministero.
Analizzando nel dettaglio le giornate lavorative del personale scolastico, emerge una trasformazione radicale della figura professionale: secondo diverse indagini sindacali e di categoria, un docente italiano spende mediamente tra il 25% e il 30% del proprio orario complessivo in attività non strettamente connesse all'insegnamento frontale o alla preparazione delle lezioni. Questo include la gestione del registro elettronico — ormai obbligatorio ma spesso appesantito da doppi inserimenti —, la stesura di verbali per i consigli di classe, la compilazione dei Piani Educativi Individualizzati (PEI) per gli studenti con disabilità e l'aggiornamento costante di piattaforme ministeriali spesso non comunicanti tra loro.
Nel mirino delle dichiarazioni c'è anche la questione economica legata alle mansioni aggiuntive che molti professori svolgono quotidianamente fuori dall'orario di servizio. Secondo il docente di fisica, ogni attività extra dovrebbe ricevere una giusta retribuzione, un principio che fatica a trovare riscontro nei contratti collettivi nazionali del comparto scuola, dove gran parte delle ore dedicate alla progettazione e al coordinamento resta non retribuita o compensata con cifre simboliche attingendo dal Fondo d'Istituto. A ciò si aggiunge il paradosso normativo: mentre il Decreto Legislativo n. 165/2001 e i successivi CCNL definiscono con precisione gli obblighi di servizio, la mole di adempimenti digitali e burocratici calati dall'alto finisce per dilatare la jornada lavorativa ben oltre le 36 ore settimanali previste, senza che vi sia alcun riconoscimento formale o economico.
Il vero motore dell'aula sono gli studenti, ma la macchina organizzativa rischia di spegnere l'entusiasmo di chi insegna.
Le parole del professore dividono i corridoi degli istituti italiani tra chi vede in queste uscite una presa di posizione coraggiosa e chi invece ritiene che il ruolo pubblico imponga determinati standard e carichi di lavoro. La prospettiva di una scuola che si fruisce anche online, inoltre, apre scenari complessi sulla trasformazione della professione docente nei prossimi anni.
Il nodo centrale rimane dunque la digitalizzazione: se da un lato la transizione digitale avrebbe dovuto semplificare i flussi di lavoro, dall'altro ha richiesto ai docenti un surplus di competenze tecnologiche non sempre adeguatamente supportato da percorsi di formazione istituzionali strutturati. Molti insegnanti si trovano a colmare questo divario formativo a proprie spese e nel proprio tempo libero, pur sapendo che la padronanza degli strumenti digitali è ormai un requisito imprescindibile per la didattica moderna e per il miglioramento della propria posizione nelle graduatorie. In questo scenario in evoluzione, orientarsi verso una certificazione riconosciuta diventa una scelta strategica fondamentale non solo per alleggerire il carico operativo attraverso l'efficienza, ma anche per valorizzare professionalmente il proprio CV in ottica di mobilità e aggiornamento del punteggio.
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