«Io alzo tutti i voti, così non ho problemi». Una frase che, pronunciata nella sala insegnanti di un qualsiasi istituto superiore italiano, non dovrebbe più fare notizia ma che, ogni volta, riapre una ferita mai rimarginata nel corpo docente. Quanti colleghi, nel corso della loro carriera, hanno incrociato lo sguardo rassegnato di chi ha scelto la strada del quieto vivere burocratico?
Il fenomeno del gonfiamento delle valutazioni non è soltanto una distorsione statistica rilevata nei tabelloni di fine anno, ma il sintomo di un patto educativo non scritto che si è incrinato. Da un lato ci sono i docenti che difendono il valore formativo dell'insufficienza, intesa come bussola per orientare lo studente verso i propri limiti e le proprie potenzialità di recupero. Dall'altro resiste una trincea silenziosa, fatta di insegnanti che preferiscono allineare la media della classe verso l'alto per azzerare il contenzioso con le famiglie, evitare le grane dei ricorsi al TAR e non finire sotto la lente d'ingrandimento della presidenza per la percentuale di bocciature.
Un quadro confermato anche dall'analisi dei dati ministeriali sugli esami di Stato e sugli scrutini intermedi: anno dopo anno si registra una contrazione costante delle bocciature nei primi anni della scuola secondaria di secondo grado, a fronte tuttavia di un divario sempre più marcato con le competenze certificate dai test INVALSI in italiano e matematica. Questa forbice evidenzia una discrepanza allarmante tra la valutazione interna, spesso edulcorata, e la misurazione standardizzata su scala nazionale.
Ma quanti insegnanti riescono davvero a mantenere la schiena dritta di fronte a un recupero estivo che si trasforma in un vero e proprio calvario amministrativo? A pesare sui consigli di classe è spesso il timore di veder annullati i propri atti formali a causa di vizi procedurali nei ricorsi amministrativi presentati dai genitori, sempre più spesso assistiti da legali specializzati in contenzioso scolastico. Il sistema scolastico spinge verso la promozione a tutti i costi, trasformando il voto numerico da specchio delle competenze a scudo protettivo per l'istituzione stessa.
La questione si sposta inevitabilmente sul terreno della credibilità professionale. Quando un consiglio di classe decide di premiare la sufficienza politica anziché la preparazione effettiva, il messaggio che passa tra i banchi è devastante. Lo studente impara che la scorciatoia paga e che la verifica degli apprendimenti è un rito negoziabile. Un docente che sceglie di dire la verità scomoda si ritrova spesso isolato, costretto a giustificare ogni singolo quattro con relazioni dettagliate, verbali chilometrici e documentazione di recupero che scoraggiano anche il più motivato dei professori, oberato già da centinaia di ore di burocrazia scolastica.
Le conseguenze di questa deriva si vedono chiaramente quando i ragazzi lasciano la scuola superiore per affrontare il mondo universitario o il mercato del lavoro, dove lo shock da impatto con la realtà oggettiva dei test d'ingresso e delle prove pratiche lascia il segno., i dati dei primi anni universitari mostrano un incremento dei tassi di abbandono e di difficoltà nel superamento degli esami di base proprio tra gli studenti diplomatisi con votazioni elevate ma sprovvisti di un vero metodo di studio rigoroso. Non basta frequentare corsi di aggiornamento formali o acquisire certificazioni di facciata per colmare il vuoto di un'autorevolezza docente che viene erosa dall'interno, giorno dopo giorno, a suon di insufficienze mascherate da sei politici.
Ridiscutere il valore dei voti significa rimettere al centro la dignità dell'insegnamento, sottraendolo alla logica dei numeri da esibire nei bilanci di fine anno per dimostrare che tutto va bene, offrendo invece agli studenti una bussola autentica per la loro crescita personale e professionale.
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