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Buoni pasto docenti e ATA: la proposta ANIEF per 1,2 milioni di lavoratori

Buoni pasto docenti e ATA esclusi dal servizio: 1,2 milioni di lavoratori attendono il riconoscimento di un diritto europeo negato dallo Stato.

Buoni pasto docenti e ATA: la proposta ANIEF per 1,2 milioni di lavoratori

Photo by Ksenia Chernaya on Pexels

Il problema è semplice nella sua drammaticità, e misura l'esclusione di 1,2 milioni di lavoratori della scuola da un diritto che la normativa europea riconosce a chiunque superi le sei ore di lavoro giornaliere. Durante la scuola estiva di ANIEF a Terrasini, in provincia di Palermo, il presidente nazionale Marcello Pacifico è tornato a denunciare una disparità che vede il personale scolastico fermo al palo, mentre i dipendenti universitari beneficiano regolarmente del servizio.

A livello comunitario, la direttiva 2003/88/CE sull'orario di lavoro stabilisce chiaramente la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, includendo il diritto a pause adeguate quando l'orario giornaliero supera le sei ore. Tuttavia, nel comparto scolastico italiano, l'articolazione dell'orario di servizio — spesso caratterizzato da rientri pomeridiani, consigli di classe interminabili, scrutini, esami e attività di aggiornamento — espone docenti e ATA a permanenze negli edifici scolastici che superano regolarmente le sette o otto ore continuative, senza tuttavia che scatti alcuna forma di indennità sostitutiva o di ristoro per il pasto.

La questione affonda le radici in un cortocircuito normativo e finanziario che dura da anni. La contrattazione collettiva avrebbe teoricamente previsto la misura, ma l'atto pratico si infrange contro la presunta carenza di risorse e, soprattutto, contro l'assenza di un riconoscimento formale che renda la pretesa esigibile nelle aule di tribunale. La Corte di Cassazione, su questo fronte, è stata cristallina: senza una base giuridica solida che sancisca l'obbligo, qualsiasi azione legale promossa dai singoli dipendenti per ottenere il ristoro economico è destinata al rigetto. Questa giurisprudenza di fatto svuota di ogni efficacia pratica i ricorsi individuali, scaricando sulla contrattazione collettiva nazionale un onere che il Ministero dell'Istruzione e del Merito continua a rimandare.

Il buono pasto non è un favore, ma un ristoro per chi lavora oltre le 6 ore. E questo, in Europa, è un diritto sacrosanto.

Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare che il personale ATA — segreterie e collaboratori scolastici — è particolarmente esposto a turnazioni e prolungamenti d'orario legati all'apertura pomeridiana delle scuole, spesso necessarie per garantire i servizi essenziali e la custodia degli istituti. Allo stesso modo, il corpo docente si trova sempre più spesso a gestire impegni collegiali che non si esauriscono con la campanella della fine delle lezioni antimeridiane. Eppure, a parità di contratto con altre funzioni centrali della Pubblica Amministrazione, la scuola rimane l'unica grande Cenerentola esclusa dal beneficio.

Il nodo centrale riguarda la copertura finanziaria, stimata intorno ai 500 milioni di euro annui per coprire l'intera platea del comparto. Una cifra imponente, certo, ma che va rapportata ai complessivi stanziamenti della legge di bilancio e alla necessità di perequare i diritti dei dipendenti pubblici. La soluzione avanzata dal sindacato guarda dritta ai fondi di istituto e alla riallocazione delle risorse destinate alla formazione incentivata, un vero tesoretto che potrebbe sbloccarsi attraverso una rimodulazione della contrattazione integrativa sul modello di quanto già avviene con successo nella sanità e nelle aziende ospedaliere, dove il buono pasto è ormai uno standard consolidato e non negoziabile.

Un anno e mezzo fa l'Aran aveva raccolto una specifica risoluzione parlamentare che impegnava l'esecutivo a sanare il vulnus, ma da allora i tavoli ministeriali non hanno prodotto gli effetti sperati. La richiesta sindacale punta ora a istituzionalizzare la contrattazione di istituto per aggirare i blocchi centralizzati, offrendo al personale ATA e ai docenti impegnati nei rientri pomeridiani e nelle prolungate attività didattiche una tutela concreta che finora è rimasta confinata alla sola carta stampata.

In attesa che il quadro normativo si sbrogli a livello centrale, per i lavoratori della scuola resta fondamentale investire sulla propria crescita professionale e sulla qualificazione del proprio profilo, così da migliorare la propria posizione nelle graduatorie interne e nei concorsi. In questo scenario di continua evoluzione digitale e amministrativa della scuola autonoma, arricchire il proprio curriculum rappresenta la leva più efficace per valorizzare le proprie competenze.

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