Il sistema scolastico italiano si trova spesso a fare i conti con un cortocircuito culturale che sposta l'attenzione dai reali bisogni dei minori alle ansie di chi sta loro accanto. La questione delle diagnosi facili e della ricerca spasmodica di una certificazione a tutti i costi non è soltanto un problema burocratico o clinico, ma chiama direttamente in causa la responsabilità educativa di genitori e insegnanti. A sollevare il velo su questa dinamica è stata la logopedista Ludovica Isotta Turchetti durante un intervento nella rubrica I Protagonisti, condotta da Francesco Bunetto su Orizzonte Scuola, offrendo spunti di riflessione che scuotono profondamente il mondo della didattica.
Secondo l'analisi della specialista, la tendenza a etichettare le difficoltà dei più piccoli risponde in primo luogo a un'esigenza di rassicurazione personale da parte del mondo adulto. Quando un comportamento esce dagli schemi ordinari, trovare un riscontro formale in un documento clinico allevia il senso di inadeguatezza di chi educa. Si parte infatti dal dogma implicito di essere figure infallibili, delegittimando la complessità della crescita e attribuendo sistematicamente al bambino la causa di ogni criticità. In questo scenario, la scuola e la famiglia vengono percepite come perfette, mentre il margine di errore viene scaricato unicamente sugli studenti.
Questo fenomeno si scontra tuttavia con un quadro normativo e operativo ben preciso, regolato in Italia dalla Legge 170/2010 per i Disturbi Specifici dell'Apprendimento e dalle Linee Guida sui Bisogni Educativi Speciali (BES) del 2012. Tali dispositivi giuridici nascono con l'intento nobile e necessario di garantire il diritto allo studio attraverso piani personalizzati e strumenti compensativi; tuttavia, nell'applicazione quotidiana, rischiano di subire una deriva patologizzante. I dati forniti dal Ministero dell'Istruzione e del Merito evidenziano una crescita esponenziale degli studenti certificati nell'ultimo decennio, un trend che supera ampiamente le stime epidemiologiche internazionali sulla diffusione di tali condizioni, suggerendo che una fetta non trascurabile di queste diagnosi sia figlia di pressioni ambientali anziché di reali deficit neurobiologici.
"Tante volte si crea il caso non tanto in relazione a un eventuale malessere o dolore del bambino, ma in relazione a una necessità dell’adulto."
A peggiorare ulteriormente il quadro interviene il fattore digitale, con una sovraesposizione a contenuti non filtrati che circolano quotidianamente sulle piattaforme online. Piattaforme come Instagram e Facebook amplificano paure e insicurezze, diffondendo pareri privi di rigore scientifico che generano allarmismi ingiustificati. Chi opera ogni giorno nelle aule sa quanto sia complesso districarsi tra queste pressioni esterne, che rischiano di banalizzare le vere criticità e di trasformare la gestione ordinaria della classe in una polveriera pronta a esplodere.
Le implicazioni pratiche per il personale docente e per l'intera comunità scolastica sono evidenti. Gli insegnanti si trovano spesso a gestire richieste pressanti da parte delle famiglie, volte a ottenere a tutti i costi una relazione clinica da presentare in segreteria per l'attivazione immediata di un PDP (Piano Didattico Personalizzato). Questa dinamica rischia di svuotare di senso il lavoro di osservazione pedagogica che spetterebbe primariamente alla scuola. Un docente non deve trasformarsi in un clinico, ma ha il dovere professionale di esercitare uno sguardo critico e competente, distinguendo un temporaneo disagio emotivo o un differente stile di apprendimento da un disturbo strutturato.
Ma come tracciare una linea di demarcazione netta tra una normale fase evolutiva e una difficoltà che richiede un intervento mirato? La risposta risiede nell'ascolto autentico dei segnali di sofferenza, che si distinguono nettamente dai turbamenti indotti dalle aspettative degli adulti. Un minore in difficoltà lancia richieste d'aiuto inequivocabili, ben diverse dalle situazioni in cui l'allarme viene alimentato artificialmente dall'esterno. Diventa perciò indispensabile per i docenti acquisire strumenti di osservazione raffinati, capaci di leggere le dinamiche relazionali e di sostenere adeguatamente il percorso di apprendimento senza cedere alla tentazione delle etichette precoci.
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