Le immagini hanno un peso specifico enorme nella percezione collettiva, soprattutto quando a finire al centro della scena è l'infanzia. A Milano è sparito dai radar quel maxi cartellone a firma Apple che ritraeva un bambino piccolissimo, quasi un neonato, stretto attorno a uno smartphone con tanto di rassicurante slogan “Tutto ok, è iPhone”.
Una rimozione arrivata rapidissima dopo la segnalazione ufficiale mossa dalla Garante per l’Infanzia Marina Terragni, che si è mossa direttamente presso le autorità competenti per fermare una campagna giudicata quantomeno ambigua nei messaggi veicolati ai più piccoli. L'Autorità garante, istituita dalla legge n. 112 del 2011, agisce proprio con il mandato di vigilare sui diritti dei minori in un contesto sociale sempre più saturo di stimoli digitali.
Il marketing invisibile e la responsabilità sociale d'impresa
Il caso milanese apre una riflessione più ampia sui confini della pubblicità commerciale quando questa intercetta fasce di età vulnerabili o incapaci di decodificare il messaggio persuasivo. Negli anni recenti, il legislatore europeo e nazionale ha più volte acceso i riflettori sulla protezione dei minori dalle pratiche commerciali ingannevoli o aggressive, ma il settore dell'adv outdoor e digitale mostra ancora zone d'ombra. Normalizzare l'interazione precoce tra neonati e device attraverso una narrazione rassicurante – il claim "tutto ok" – spinge inconsciamente i genitori a sottovalutare le raccomandazioni della comunità scientifica internazionale, prima fra tutte l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che sconsiglia totalmente l'esposizione agli schermi nei primi due anni di vita e la limita fortemente nelle fasce successive.
Il dibattito sull'uso precoce dei dispositivi mobili
La vicenda ha immediatamente riacceso il confronto sul marketing e sulla normalizzazione di una fruizione tecnologica sconsiderata fin dai primissimi anni di vita. Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Luigi Einaudi, ha commentato senza mezzi termini l'accaduto parlando di una limpida scelta di buon senso.
La pubblicità ha una grande forza educativa e culturale: è giusto pretendere che non contribuisca a normalizzare l’uso degli smartphone fin dalla primissima infanzia.
Le evidenze scientifiche d'altronde suonano come un monito costante per famiglie e istituzioni scolastiche. Esporre i minori agli schermi in modo sregolato altera lo sviluppo cognitivo e compromette il benessere psicofisico, un tema che tocca da vicino anche chi opera quotidianamente nelle aule e deve fare i conti con i riflessi comportamentali di questa sovraesposizione.
L'impatto nelle aule scolastiche e il ruolo del personale docente
Per gli insegnanti e il personale scolastico, la gestione dei riflessi comportamentali legati all'abuso di schermi è diventata una criticità quotidiana. Molti docenti segnalano una progressiva riduzione dei tempi di attenzione, difficoltà nella concentrazione prolungata e una minore tolleranza alla frustrazione nei bambini che fin dalla più tenera età intrattengono un rapporto simbiotico con smartphone e tablet. Questa situazione impone alla scuola non solo di ripensare la didattica, ma di farsi promotrice di un'alfabetizzazione digitale che sia al tempo stesso critica e consapevole, insegnando ai ragazzi a governare gli strumenti anziché esserne governati. In questo scenario, la figura del docente evolve costantemente, richiedendo competenze trasversali che uniscono la pedagogia tradizionale alla capacità di orientare l'uso delle tecnologie.
Nato nel 2022, l'Osservatorio guidato da Cangini porta avanti da tempo una battaglia culturale ben precisa a difesa della scrittura a mano e della lettura su carta, spingendo anche a livello parlamentare per introdurre misure concrete come la settimana nazionale della scrittura e ore dedicate alla carta stampata nelle scuole primarie.
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