Un neonato che scorre lo schermo di uno smartphone su un enorme cartellone pubblicitario nel cuore di Milano ha scatenato un'ondata di indignazione e reazioni polemiche. L'immagine, pensata probabilmente per stupire, ha finito per toccare un nervo scoperto nella società italiana, riaprendo il dibattito sull'esposizione precoce dei minori agli schermi digitali e sui messaggi veicolati dalla pubblicità urbana.
La polemica si inserisce in un contesto politico e sociale già fortemente teso. Proprio mentre nel nostro Paese si discute apertamente della possibile introduzione di un divieto sull'uso dei social network per i minori di quindici anni — seguendo la scia della Francia, che ha recentemente approvato una legge in tal senso — la vista di un neonato immerso nella tecnologia digitale spinge a riflessioni profonde sul futuro delle nuove generazioni e sul ruolo degli adulti.
A farsi portavoce del malcontento è stato Andrea Cangini, direttore dell'Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Luigi Einaudi, che ha definito l'installazione una pessima pubblicità capace di normalizzare una cattiva abitudine fin dalla culla. Quante volte ci si ritrova a usare lo schermo come un baby-sitter digitale senza considerare le conseguenze a lungo termine sullo sviluppo cognitivo?
Il digitale a scuola e nella vita quotidiana non deve diventare una scorciatoia educativa, ma uno strumento da governare con consapevolezza e competenza pedagogica.
La questione va ben oltre il singolo cartellone milanese e tocca direttamente il lavoro quotidiano degli insegnanti, chiamati a gestire aule in cui la soglia dell'attenzione è costantemente messa alla prova da dispositivi tecnologici usati senza filtri. Per affrontare la transizione digitale in modo costruttivo, senza demonizzare la tecnologia ma educando al suo uso corretto, servono competenze specifiche che partono proprio dalla formazione dei docenti e dall'innovazione metodologica in classe.
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