Un neonato che sorride stringendo in mano un iPhone, con lo slogan “Tutto ok, è iPhone”. L'immagine, stampata su un maxi cartellone pubblicitario che attraversa via Melchiorre Gioia a Milano nel quartiere Isola, ha scatenato un caso nazionale dopo la denuncia formale di una cittadina all'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza. La segnalante ha definito la campagna inquietante, sottolineando come si accostino due dimensioni radicalmente opposte: da un lato l'infanzia fatta di scoperta, noia e mani sporche di pappa, dall'altro la tecnologia pensata per catturare l'attenzione e generare dipendenza.
La risposta istituzionale non si è fatta attendere. Marina Terragni, dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, ha definito pienamente condivisibili le osservazioni arrivate da Milano.
Mentre in tutto il mondo si ragiona sull'età minima di accesso al digitale, questa pubblicità sembra andare nella direzione opposta, normalizzando il baby-sitting elettronico.Questa normalizzazione rischia di vanificare il lavoro quotidiano che docenti, pedagogisti e famiglie portano avanti attraverso strumenti come i Patti Digitali.
Il contesto internazionale e le contromisure normative
Il dibattito sollevato dal manifesto milanese si inserisce in un quadro europeo e globale di crescente preoccupazione. Paesi come la Francia e l'Australia stanno muovendosi con decisione verso restrizioni legislative severe: a Parigi è al vaglio l'ipotesi di vietare l'uso degli smartphone sotto i tre anni e di limitarne drasticamente l'accesso nelle scuole dell'obbligo, mentre in Australia si discute un divieto generalizzato di accesso ai social media per i minori di sedici anni. In Italia, l'Istituto Superiore di Sanità e la Società Italiana di Pediatria raccomandano da tempo il divieto assoluto di esposizione agli schermi nei primi due anni di vita, evidenziando come la luce blu e la sovrastimolazione visiva interferiscano con la maturazione neurobiologica, il sonno e l'acquisizione del linguaggio. La pubblicità finisce così per entrare in rotta di collisione non solo con le linee guida pedagogiche, ma con le evidenze scientifiche più recenti.
I rischi sullo sviluppo cognitivo e il ruolo della scuola
Il nodo centrale della questione riguarda gli effetti che l'uso precoce dei dispositivi elettronici produce sullo sviluppo psicologico e cognitivo dei minori. Secondo l'Autorità, sono soprattutto le famiglie meno attrezzate culturalmente a delegare agli schermi la gestione dei bambini già nella primissima infanzia, inconsapevoli delle conseguenze a lungo termine. La pubblicità finisce così per legittimare un comportamento potenzialmente dannoso, offrendo una patente di normalità a una pratica che gli esperti bocciano senza appello.
La segnalazione è stata trasmessa formalmente all'Agcom, all'Agcm e allo Iap per valutare eventuali provvedimenti sanzionatori in base al Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, che tutela la dignità e la vulnerabilità dei minori. Ma quale impatto ha tutto questo sul mondo della scuola? I docenti e il personale scolastico si ritrovano quotidianamente a gestire le ricadute di un'immersione digitale precoce, che incide drasticamente sulla capacità di attenzione prolungata, sulla frustrazione e sulle competenze di socialità degli studenti già dai primi anni di frequenza scolastica.
Implicazioni pratiche per il corpo docente e la didattica
Di fronte a questa deriva culturale, la risposta della scuola non può limitarsi al divieto, ma deve evolvere verso una alfabetizzazione digitale critica e consapevole, che parta fin dalla formazione iniziale dei docenti. Gli insegnanti di ogni ordine e grado si trovano oggi nella prima linea di trincea: non solo devono contrastare il calo di attenzione e la frammentazione cognitiva causati dall'iper-connessione domestica, ma devono anche guidare gli alunni — e indirettamente le famiglie — verso un uso equilibrato degli strumenti tecnologici. Per farlo in modo efficace, non basta l'intito pedagogico, ma occorrono competenze certificate e aggiornate sulla cittadinanza digitale, capaci di distinguere tra l'uso passivo e alienante del device e la sua integrazione laboratoriale e formativa.
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