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Smartphone ai bambini, il Garante interviene sui cartelloni

Il Garante per l'infanzia segnala all'Agcom un cartellone pubblicitario con un bimbo e uno smartphone. Il dibattito sui minori si accende.

Smartphone ai bambini, il Garante interviene sui cartelloni

Un cartellone pubblicitario comparso a Milano ha fatto scattare l'allarme del Garante per l'infanzia, che ha deciso di segnalare il caso direttamente all'Agcom. Al centro della polemica c'è l'immagine di un bambino ritratto mentre utilizza uno smartphone, una rappresentazione visiva che per l'Authority rischia di sdoganare pericolosamente il fenomeno del baby-sitting elettronico.

Il caso milanese non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di comunicazione commerciale che troppo spesso sottovaluta l'impatto dei messaggi visivi sull'immaginario collettivo. Secondo le ultime rilevazioni dell'Agcom e del Censis sull'uso dei media digitali tra i minori, oltre il 70% dei bambini sotto i dieci anni utilizza regolarmente lo smartphone dei genitori, spesso senza alcuna supervisione attiva. Questa esposizione precoce, trasformata da alcune campagne pubblicitarie in uno standard di normalità ludica e familiare, solleva interrogativi profondi sulla responsabilità sociale d'impresa e sulla tutela della salute psicofisica dei minori.

La questione si inserisce in un momento storico particolarmente delicato per l'educazione digitale in Italia e in Europa. Mentre il dibattito pubblico discute animatamente sulla possibilità di introdurre anche nel nostro Paese un divieto d'uso dei social network per i minori di quindici anni — sulla scia della normativa recentemente approvata in Francia —, le immagini commerciali continuano a proporre modelli di consumo precoce della tecnologia. In Australia, ad esempio, è stato recentemente proposto un vero e proprio divieto d'accesso alle piattaforme social per i minori di 16 anni, segnando un punto di svolta globale nell'atteggiamento dei governi verso la protezione dei più giovani dalle dipendenze digitali e dagli algoritmi predatori.

"Non normalizziamo il baby-sitting elettronico attraverso messaggi pubblicitari acritici che coinvolgono i più piccoli."

A sollevare per primo il problema a fine luglio era stato Andrea Cangini, direttore dell'Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Luigi Einaudi. Da anni il mondo della scuola e le associazioni di categoria denunciano gli effetti dell'iperconnessione sullo sviluppo cognitivo e sulla capacità di attenzione degli studenti, spesso impreparati a gestire gli stimoli della rete senza una mediazione adulta adeguata. Gli studi neuroscientifici più recenti confermano che l'uso prolungato di schermi nei primi anni di vita riduce la capacità di concentrazione prolungata, compromette lo sviluppo del linguaggio e altera i cicli naturali del sonno, rendendo i bambini più irritabili e meno inclini alla socializzazione offline.

Di fronte a questa deriva, il ruolo della scuola e del corpo docente assume una valenza strategica imprescindibile. Non basta più vietare l'ingresso degli smartphone in classe — misura già adottata da diversi istituti italiani in seguito alle recenti circolari ministeriali — ma occorre educare all'uso consapevole dei media digitali fin dai primi anni scolastici. Questo significa trasformare la tecnologia da fattore di distrazione o passività a strumento di cittadinanza attiva e di apprendimento critico. I docenti si trovano così in prima linea a dover colmare un vuoto educativo che spesso si apre tra le mura domestiche, dove i dispositivi vengono consegnati ai bambini come strumenti di quieto vivere piuttosto che come opportunità di crescita culturale.

Per affrontare questa transizione digitale nelle aule in modo consapevole, servono competenze specifiche che vadano oltre il semplice utilizzo ludico dei dispositivi, integrando la tecnologia nella didattica quotidiana in maniera critica e strutturata. La formazione degli insegnanti non può più limitarsi agli aspetti tecnici o strumentali, ma deve abbrucciare la pedagogia digitale, l'etica della rete, la cybersecurity e la capacità di riconoscere e decodificare i messaggi mediali, inclusi quelli pubblicitari che bombardano quotidianamente i nostri studenti.

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