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Scuola, il tabù delle emozioni tra i banchi secondo Coluzzi

Daniele Coluzzi accende il dibattito scolastico: i ragazzi italiani faticano a esprimere le emozioni per paura del giudizio sociale.

Scuola, il tabù delle emozioni tra i banchi secondo Coluzzi

Photo by Melisa Özdemir on Pexels

Parlare di sentimenti in classe resta un tabù per molti studenti. A sollevare il problema è Daniele Coluzzi, docente e scrittore, che in un intervento social ha puntato i riflettori su una dinamica che osserva quotidianamente tra i banchi di scuola. Quando un insegnante chiede a uno studente maschio di aprirsi o di raccontare cosa prova di fronte a un testo, la risposta si riduce spesso a un imbarazzato e laconico rifiuto.

Il professore evidenzia il divario con le compagne, che invece affrontano l'analisi emotiva con maggiore naturalezza. La situazione dei ragazzi appare segnata da un forte senso di isolamento preventivo. Vi sembra normale che i ragazzi si vergognino anche a dire la parola emozione? Questa la domanda provocatoria lanciata dal docente, che definisce questa chiusura forzata una vera e propria forma di violenza silenziosa.

Le osservazioni di Coluzzi trovano ampio riscontro nei dati raccolti dagli osservatori sul benessere giovanile. Secondo recenti indagini sociologiche condotte nelle scuole superiori italiane, oltre il 65% degli adolescenti maschi dichiara di non sentirsi a proprio agio nel esprimere tristezza o paura di fronte ai compagni, temendo ripercussioni immediate sulla propria reputazione sociale. Questo fenomeno si inserisce in un quadro normativo ed educativo in cui la scuola dovrebbe invece rappresentare il primo presidio di cittadinanza attiva e inclusione, come ribadito dalle linee guida ministeriali sull'educazione civica e sul benessere psicofisico degli studenti. Tuttavia, l'assenza di strumenti strutturati per l'alfabetizzazione emotiva lascia spesso i docenti soli nella gestione di queste dinamiche sommerse.

Dietro questo mutismo non c'è una presunta natura biologica, come spesso si tende a liquidare con la frase fatta secondo cui i maschi sarebbero fatti così. La vera barriera è la pressione sociale. I giovani temono il giudizio dei coetanei e delle ragazze, spaventati dall'etichetta di eccessiva sensibilità o di scarsa virilità. La domanda che più li tormenta riguarda il timore di apparire deboli o di subire prese in giro.

A livello pratico, questa barriera culturale si traduce in una forte difficoltà per il corpo docente e per il personale ATA di intercettare precocemente i segnali di disagio. Spesso i ragazzi internalizzano la sofferenza emotiva, trasformandola in atteggiamenti di chiusura, oppositività o, nei casi più gravi, in episodi di micro-conflittualità slegati da motivazioni apparenti. Gli psicologi scolastici sottolineano come l'incapacità di nominare le proprie emozioni impedisca ai giovani di sviluppare quella resilienza necessaria per affrontare i momenti di crisi, accrescendo il rischio di abbandono scolastico silenzioso o di disinvestimento emotivo nei confronti dello studio.

Per arginare questa deriva, le istituzioni scolastiche sono chiamate a ripensare la didattica non solo come trasmissione di saperi, ma come spazio di crescita integrale della persona. L'introduzione di momenti dedicati al cooperative learning, al debate e alla narrazione autobiografica si è dimostrata efficace in diversi istituti pilota per abbassare le difese emotive dei ragazzi. Quando la narrazione di sé diventa un esercizio collettivo e non una richiesta estemporanea rivolta al singolo, la resistenza maschile tende progressivamente a sgretolarsi, sostituita dalla scoperta che la fragilità è una condizione universale e condivisa.

Se osano mostrare fragilità, i ragazzi si sentono immediatamente etichettati e costretti a tenere lo sguardo basso per non subire conseguenze sociali.

Nei momenti di maggiore confidenza con il corpo docente, emerge chiaramente come questi studenti preferiscano gestire i propri problemi personali in solitudine. Questa tendenza all'autosufficienza forzata rappresenta una spia d'allarme che richiede un cambio di passo nella formazione dei docenti stessi, chiamati oggi a possedere non solo competenze disciplinari, ma anche spiccate abilità di ascolto attivo e intelligenza emotiva.

Per rispondere a questa esigenza formativa e colmare il divario tra didattica tradizionale e bisogni reali degli adolescenti, il Ministero dell'Istruzione e del Merito spinge sempre più verso l'integrazione di figure di supporto psicologico all'interno degli istituti. Per approfondire il benessere psicologico e le dinamiche relazionali degli alunni, CEMFORM segnala il percorso eCampus Master Psicologia Scolastica, utile per sviluppare competenze mirate all'ascolto e alla gestione delle fragilità giovanili all'interno dell'istituzione scolastica.

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