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Smartphone e tablet nella prima infanzia: l'allarme UNICEF

L'UNICEF lancia l'allarme sull'uso di smartphone e tablet nella prima infanzia: i dispositivi digitali rischiano di danneggiare lo sviluppo emotivo.

Smartphone e tablet nella prima infanzia: l'allarme UNICEF

Photo by Yan Krukau on Pexels

Quante volte, per guadagnare un attimo di silenzio o per finire un pasto in tranquillità, abbiamo messo uno smartphone o un tablet nelle mani di un bambino? Gestacci che sembrano innocui, eppure l'Unicef Italia avverte riguardo a un costo invisibile ma profondo sulla crescita emotiva e cognitiva dei più piccoli. Il presidente Nicola Graziano punta il dito contro un utilizzo precoce e scorretto, spiegando che nei primi anni di vita l'apprendimento passa attraverso il contatto visivo, l'ascolto della voce e la condivisione delle emozioni con chi accudisce il minore.

I dati forniti dalla pediatria contemporanea confermano che l'esposizione precoce agli schermi riduce la capacità di attenzione prolungata e interferisce con lo sviluppo del linguaggio espressivo. Secondo recenti osservazioni cliniche, i bambini esposti cronicamente a dispositivi digitali prima dei tre anni mostrano con maggiore frequenza ritardi nella proprietà di linguaggio e una ridotta tolleranza alla frustrazione. Questo accade perché l'interazione digitale è unidirezionale e rapida, privando il cervello in sviluppo della fondamentale palestra dell'attesa, della noia creativa e della decodifica dei segnali non verbali complessi, come il tono della voce o la micro-mimica facciale dell'adulto.

Uno schermo, per quanto avanzato o ricco di contenuti educativi, non potrà mai sostituire lo scambio vivo fatto di sguardi, sorrisi e silenzi. Il problema non riguarda soltanto i momenti di gioco, ma si estende ad abitudini quotidiane apparentemente distanti come l'allattamento o la cura dei neonati. Quante volte capita di scrollare il feed dei social con una mano sola mentre si culla il piccolo? Bastano pochi secondi di distrazione per frammentare quel dialogo silenzioso che si crea tra genitore e figlio, perdendo intese preziose che si costruiscono goccia dopo goccia.

Questo fenomeno, definito in psicologia come technoférence (l'interferenza della tecnologia nelle relazioni interpersonali), altera la qualità della genitorialità responsiva. Quando lo sguardo del genitore è catturato dallo smartphone, il bambino sperimenta quella che gli esperti definiscono una "disponibilità emotiva intermittente". Questa discontinuità genera nel neonato uno stato di micro-ansia che ostacola la costruzione di un attaccamento sicuro, base imprescindibile per l'equilibrio psicologico ed emotivo dell'individuo adulto.

Nei primi anni di vita un bambino impara a essere umano guardando negli occhi chi lo accudisce, cogliendo ogni piccola reazione attraverso uno scambio vivo e reale.

La questione non punta a demonizzare la tecnologia, ormai radicata nella nostra quotidianità, quanto a ristabilire il ruolo degli adulti come filtro consapevole. Lo scorso giugno i ministri del G7 hanno siglato un accordo per un web più sicuro, introducendo sistemi di verifica dell'età e tutele per la privacy. Tuttavia, di fronte a una platea di oltre cento milioni di bambini nei soli Paesi G7, le sole norme istituzionali non bastano senza un reale coinvolgimento delle famiglie. Forse la tecnologia migliore da offrire resta semplicemente la nostra presenza senza schermi di mezzo.

Per chi opera nel mondo della scuola, questa transizione digitale richiede una riflessione profonda e competente. Docenti e personale scolastico si trovano quotidianamente a gestire le ricadute di un imprinting digitale precoce, notando una crescente difficoltà nei tempi di attenzione e nella socializzazione tra pari già nei primi anni della scuola dell'infanzia. Diventa quindi cruciale sviluppare una alfabetizzazione digitale critica che non si limiti all'uso strumentale dei device, ma che educhi al loro governo consapevole, inserendo la cittadinanza digitale all'interno di un'alleanza educativa solida tra scuola e famiglia.

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