Le temperature torride tornano a far discutere il mondo dell'istruzione proprio mentre si avvicina la fine della pausa estiva. Manca poco più di un mese e mezzo al suono della prima campanella, ma la data del 1° settembre segna già il rientro ufficiale in servizio per oltre un milione di dipendenti del comparto scuola.
Questo ritorno anticipato negli istituti – che precede di due settimane l'effettivo avvio delle lezioni per gli studenti – coincide storicamente con la coda più aggressiva dell'estate meteorologica. Negli anni recenti, l'anticiclone africano ha reso il mese di settembre climaticamente simile a un prolungamento di luglio e agosto, mettendo a dura prova la resistenza fisica di chi vive gli edifici scolastici nelle ore centrali della giornata.
Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief, ha puntato nuovamente i riflettori sull'impatto del cambiamento climatico sulle strutture scolastiche italiane. La domanda posta dal sindacato fotografa una preoccupazione concreta: "Vogliamo veramente mandare 1,3 milioni di docenti, educatori e Ata tra i banchi d'estate?"
Dietro questo interrogativo si cela un problema di natura normativo-giuridica legato alla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08) impone ai datori di lavoro – in questo caso i dirigenti scolastici, in collaborazione con gli enti locali proprietari degli immobili – di garantire condizioni termo-igrometriche adeguate all'interno degli edifici. Tuttavia, la combinazione tra le temperature record registrate dalle stazioni meteorologiche e l'inerzia termica di edifici spesso obsoleti rende di fatto impossibile rispettare tali standard nei primi giorni di settembre.
Il cambiamento climatico impone una riflessione seria sulle condizioni termiche degli edifici scolastici all'inizio di settembre.
La questione non riguarda soltanto il benessere immediato del personale, ma investe l'organizzazione complessiva delle attività preliminari all'avvio delle lezioni. Collegi docenti, dipartimenti, programmazioni annuali e riunioni dei consigli di classe si concentrano in queste settimane. Parliamo di sessioni di lavoro prolungate che vedono decine di persone chiuse per ore in aule prive di ricambio d'aria efficace, dove spesso le uniche soluzioni tampone sono rappresentate da ventilatori obsoleti che muovono aria calda.
Molti istituti sparsi lungo la penisola non dispongono di impianti di climatizzazione adeguati o soffrono di una forte esposizione solare, trasformando le aule in ambienti difficilmente vivibili durante le ondate di calore tardive. Le analisi sul patrimonio edilizio scolastico italiano evidenziano che oltre il 60% delle scuole risale a un'epoca in cui l'efficienza energetica e il comfort estivo non rientravano nei parametri di progettazione. La maggior parte degli edifici è stata concepita con criteri di isolamento focalizzati unicamente sulla stagione invernale, creando vere e proprie "trappole di calore" nei mesi di transizione.
Negli anni recenti, le temperature registrate nei mesi di giugno e settembre hanno subito un incremento sensibile, rendendo l'aria condizionata o sistemi di raffrescamento non più un optional ma una necessità strutturale. Eppure, i fondi per l'edilizia scolastica faticano a coprire interventi rapidi di efficientamento termico in tutte le province, lasciando molte comunità scolastiche a fare i conti con un disagio termico ormai cronico. I finanziamenti del PNRR destinati alla riqualificazione energetica si sono concentrati prevalentemente sulla sostituzione degli infissi e sull'isolamento a cappotto, interventi mirati a ridurre i consumi invernali ma che, in assenza di sistemi di ventilazione meccanica controllata e raffrescamento, rischiano talvolta di accentuare l'effetto serra all'interno degli ambienti didattici durante le ondate di calore.
Le ricadute pratiche di questa situazione si riflettono direttamente sulla produttività del personale e sulla qualità delle attività collegiali. Lavorare in condizioni di stress termico elevato riduce la soglia di attenzione, aumenta l'affaticamento e può comportare rischi concreti per la salute, specialmente per le fasce di lavoratori più anziane o con patologie pregresse. Da qui la richiesta sindacale di ripensare il calendario scolastico o di introdurre maggiore flessibilità organizzativa, permettendo ad esempio lo svolgimento di parte delle attività preliminari in modalità agile o rivedendo le scadenze del rientro in servizio.
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