Cinque ore di viaggio in treno da Venezia bastano a Paolo Crepet per osservare la disconnessione emotiva tra una madre e la figlia adolescente. Nessuno sguardo, zero parole, solo schermi luminosi a riempire il vuoto. Da questa fotografia quotidiana, lo psichiatra è partito per una lunga riflessione pubblicata su La Stampa, toccando un nervo scoperto dell'edilizia scolastica e della pedagogia contemporanea: l'ossessione per la sicurezza a tutti i costi.
Il bersaglio polemico del sociologo è il celebre architetto Renzo Piano e, più in generale, quella visione progettuale che ha riempito i cortili degli istituti di gomma e materiali protettivi. Pavimenti anti-trauma ovunque, spigoli smussati, giardini asettici dove il pericolo è stato bandito per legge. Ma ha senso eliminare ogni rischio fisico dall'infanzia? La risposta di Crepet taglia corto con ogni ipocrisia educativa: i bambini devono poter cadere e farsi male.
I bambini devono cadere, sbucciarsi le ginocchia e provare dolore, perché il rischio fa parte della crescita e senza esperienza del limite non si costruisce la resilienza.
Ma cosa resta della funzione educativa se la scuola diventa un involucro sterile? Qual è il confine sottile tra protezione e infantilizzazione perenne? Secondo l'analisi del terapeuta, sterilizzare gli spazi significa anestetizzare le coscienze, impedendo ai più piccoli di sviluppare quegli anticorpi emotivi indispensabili per affrontare le frustrazioni dell'età adulta.
Le aule e i corridoi non dovrebbero sommersi da una campana di vetro preventiva, un'impostazione che finisce per delegittimare il ruolo dei docenti, costretti a muoversi in un perimetro burocratico dove ogni minima sbucciatura rischia di trasformarsi in un contenzioso legale. Tra aule digitali sempre più avanzate, come quelle certificate dai percorsi dedicati alle competenze digitali docenti, e l'esigenza di una didattica moderna, la scuola sembra aver smarrito la dimensione fisica e materiale dell'esperienza.


