Il dibattito sull'introduzione dell'intelligenza artificiale nelle aule italiane si arricchisce di nuove posizioni istituzionali. Nel corso di un intervento televisivo, la segretaria generale nazionale della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, ha tracciato un bilancio critico ma costruttivo sulle sfide tecnologiche che attendono docenti e studenti, aprendo a una riflessione profonda che investe non solo la didattica quotidiana, ma l'intera organizzazione del sistema di istruzione pubblico.
Al centro del confronto c'è il progetto ministeriale "Mi Meraviglia", un'iniziativa che spinge verso l'adozione di strumenti digitali avanzati. Secondo i vertici sindacali, tuttavia, la relazione educativa resta un pilastro insostituibile che nessuna applicazione algoritmica potrà mai rimpiazzare. L'errore da non commettere riguarda la gestione acritica del fenomeno, un copione già visto in passato con l'avvento dei social network nella vita quotidiana dei più giovani, quando la rapidità della diffusione tecnologica ha superato la capacità di analisi critica della società.
Le recenti linee guida europee sull'uso dell'IA e dei dati nei contesti di apprendimento e insegnamento, pubblicate dalla Commissione Europea, evidenziano proprio la necessità di un approccio etico e centrato sull'uomo., i dati preliminari provenienti da diversi istituti superiori italiani mostrano una polarizzazione preoccupante: circa il 65% degli studenti utilizza regolarmente sistemi di IA generativa per la redazione di temi e ricerche, spesso senza che i docenti dispongano degli strumenti metodologici per verificarne la paternità o per trasformare l'uso dello strumento in un'occasione di apprendimento critico.
La scuola non può disinteressarsi del fenomeno: bisogna assumere gli alfabeti capaci di interpretare questi strumenti ed evitare che gli studenti li usino di nascosto.
Il parallelismo storico proposto durante l'intervista chiama in causa la calcolatrice e il progressivo calo delle competenze di base in matematica, una dinamica che oggi rischia di ripetersi con i sistemi di intelligenza artificiale generativa capaci di risolvere equazioni complesse o sintetizzare saggi in pochi secondi. La priorità indicata dagli esperti del settore non consiste nel frenare l'innovazione, vietando l'accesso alle piattaforme digitali tramite i server scolastici, ma nel guidarla attraverso un'attenta analisi dei fabbisogni reali del corpo docente e l'introduzione di nuove metriche di valutazione.
Questa trasformazione impone una revisione radicale dei piani di formazione iniziale e in servizio dei professori. Secondo i parametri del quadro europeo DigCompEdu, un docente oggi non deve limitarsi a conoscere la materia d'insegnamento, ma deve padroneggiare la competenza digitale pedagogica, sapendo integrare le risorse tecnologiche per potenziare l'inclusione, la personalizzazione dei percorsi di studio e la verifica autentica delle competenze. La sfida non riguarda solo i docenti curricolari, ma coinvolge l'intera comunità professionale della scuola, compreso il personale amministrativo e tecnico, chiamato a gestire infrastrutture di rete sempre più complesse e sicure nel rispetto delle normative sulla privacy e sulla protezione dei dati sensibili degli studenti (GDPR).
Restano aperte le preoccupazioni relative al divario digitale tra le diverse aree del Paese, dove la mancanza di infrastrutture di rete adeguate in alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, rischia di amplificare le disuguaglianze formative anziché ridurle. Investire in hardware e connettività gigabit senza un corrispondente investimento sulla formazione umana rischia di produrre cattedrali nel deserto tecnologico. Di fronte a queste trasformazioni, la risposta passa necessariamente per un aggiornamento costante delle competenze digitali e metodologiche, indispensabile per chi vive la scuola ogni giorno e vuole continuare a esercitare un ruolo di guida autorevole per le nuove generazioni.
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