Un display che si illumina nel cuore della notte interrompe il sonno di un adolescente, mentre di giorno la concentrazione in classe evapora dietro il controllo compulsivo delle notifiche. Non si tratta soltanto di una cattiva abitudine generazionale, ma di un fenomeno complesso che la psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, socia della Società Psicoanalitica Italiana, ha recentemente analizzato approfonditamente per ridefinire i confini tra uso e abuso della tecnologia in età evolutiva.
La riflessione clinica parte da un presupposto preciso: i dispositivi digitali raramente rappresentano la causa primaria del disagio psicologico nei bambini e nei ragazzi. Più spesso, smartphone e tablet agiscono come amplificatori di vulnerabilità preesistenti, acuendo stati di ansia, depressione, solitudine, impulsività o una fragile autostima. Il confine tra utilizzo normale e situazione clinicamente rilevante si supera quando il minore perde completamente il controllo, continuando a navigare nonostante le conseguenze evidenti sul rendimento scolastico, sul riposo e sulla socialità reale.
Negli anni recenti, il dibattito istituzionale e normativo ha cercato di fornire risposte concrete a questa emergenza educativa. Le recenti linee guida ministeriali e le raccomandazioni dell'Unione Europea in materia di cittadinanza digitale — come sottolineato anche dai framework di competenza del DigComp — spingono verso un utilizzo consapevole e regolamentato dei device all'interno degli istituti scolastici italiani, richiamando dirigenti, docenti e personale ATA a una responsabilità condivisa nella tutela del benessere psicofisico degli studenti.
I segnali da non sottovalutare tra i banchi di scuola
Tra i campanelli d'allarme più frequenti rilevati dagli insegnanti figurano l'irritabilità improvvisa, l'isolamento dai compagni, un calo generalizzato dei voti e una marcata difficoltà a mantenere l'attenzione durante le lezioni. A questo si aggiunge la reazione sproporzionata quando viene chiesto di riporre lo smartphone nello zaino, sintomo di una dipendenza relazionale prima ancora che tecnologica.
I social offrono uno specchio sempre disponibile, dove il mancato riconoscimento online viene vissuto dagli adolescenti come un rifiuto personale devastante.In un'età in cui la personalità è ancora un cantiere aperto, la pressione di like, follower e corpi idealizzati rischia di schiacciare l'identità in costruzione.
Dal punto di vista pratico, il personale scolastico si trova spesso in prima linea ad affrontare fenomeni complessi come il *vamping* (la tendenza a passare la notte svegli a chattare o navigare) e il *phubbing* (l'ignorare il mondo reale per concentrarsi sullo schermo). Per i docenti e il personale ATA, saper riconoscere questi comportamenti significa non solo intervenire tempestivamente sulla dispersione scolastica implicita e sul calo di rendimento, ma anche saper orientare le famiglie verso un dialogo educativo costruttivo, evitando punizioni estemporanee che rischiano di acuire il senso di chiusura e isolamento del ragazzo.
Il coinvolgimento degli adulti fa la differenza nella gestione quotidiana di queste dinamiche, a partire dai primi anni di vita. Trasformare lo schermo di un tablet in un ciuccio digitale per azzerare capricci o momenti di pianto priva i più piccoli di risorse fondamentali. Noia, attesa e frustrazione rappresentano palestre emotive indispensabili per sviluppare l'autoregolazione, e spegnere ogni emozione spiacevole con un video significa negare al bambino l'opportunità di elaborare i propri stati interni. Anche l'esempio familiare pesa enormemente, poiché un adulto incollato al display mentre il figlio racconta la propria giornata invia un messaggio inequivocabile sulla scala delle priorità affettive.
La soluzione non risiede nella proibizione draconiana, che spesso ottiene l'effetto contrario di spingere la navigazione nella clandestinità. Servono confini netti, come l'esclusione dei dispositivi dalle camere da letto durante le ore notturne e la riscoperta dei pasti condivisi senza schermi sul tavolo. Accompagnare i ragazzi nella loro vita digitale anziché limitarsi a una sorveglianza poliziesca permette di creare un dialogo aperto, in cui il minore sa di poter raccontare ciò che vede online senza il timore immediato di subire punizioni o confische.
Per approfondire: CEMFORM propone IDCERT DigComp 2.2 — la certificazione informatica accreditata che permette di acquisire competenze digitali avanzate e 1 punto prezioso per le graduatorie GPS.


