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Intelligenza artificiale a scuola: i dati dell'indagine Indire

Presentati i risultati dell'indagine nazionale sull'intelligenza artificiale tra gli studenti, curata da Indire e dal Festival dell'Innovazione.

Intelligenza artificiale a scuola: i dati dell'indagine Indire

Photo by Alena Darmel on Pexels

L'intelligenza artificiale è entrata nelle aule italiane, ma con quali modalità e soprattutto con quale consapevolezza da parte dei ragazzi? A tracciare un bilancio definitivo ci hanno pensato i ricercatori di Indire insieme al Festival dell'Innovazione Scolastica, che nei giorni scorsi hanno reso noti i risultati di un'indagine campionaria mirata a fotografare l'impatto degli algoritmi generativi nello studio quotidiano.

Il quadro che emerge non è più quello della mera curiosità tecnologica. Qual è il confine reale tra supporto allo studio e delega cognitiva totale? È la domanda che molti docenti si pongono ogni mattina correggendo i compiti a casa, divisi tra la tentazione di demonizzare i chatbot e la necessità di governare una trasformazione antropologica che corre più veloce dei programmi ministeriali.

Entrando nel dettaglio dei numeri emersi dal monitoraggio nazionale, la percentuale di studenti delle scuole secondarie di secondo grado che utilizza regolarmente strumenti come ChatGPT, Claude o simili per la preparazione di tesine, riassunti e risoluzione di esercizi ha superato la soglia del 65%. Il dato che preoccupa maggiormente pedagogisti e sociologi dell'educazione riguarda la modalità d'uso: oltre la metà degli intervistati ammette di copiare e incollare le risposte generate dall'algoritmo senza effettuare alcuna verifica incrociata sulle fonti o sui contenuti teorici sottostanti. Questo fenomeno di "accettazione acritica" dell'output digitale rischia di atrofizzare le competenze di fact-checking e di ricerca autonoma, pilastri fondamentali della cittadinanza digitale.

Questa fotografia si inserisce in un contesto normativo e istituzionale in fermento, caratterizzato dalle recenti linee guida europee sull'etica dell'intelligenza artificiale nell'istruzione e dai richiami del Ministero dell'Istruzione e del Merito alla necessità di un uso equilibrato delle tecnologie. A livello operativo, le scuole si trovano a dover recepire indicazioni che spesso faticano a tradursi in pratiche quotidiane omogenee. Il divieto esteso dell'uso dei dispositivi personali, tornato in auge in diversi istituti italiani sulla scia di disposizioni restrittive volte a tutelare la concentrazione e a contrastare il cyberbullismo, coesiste paradossalmente con la spinta istituzionale verso la transizione digitale e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ha finanziato laboratori di ultima generazione e lavagne interattive in quasi tutte le classi della penisola.

I dati raccolti offrono spunti concreti per ripensare la didattica digitale, spostando l'asse dalla semplice alfabetizzazione informatica all'analisi critica degli strumenti.

Gli studenti usano l'intelligenza artificiale come un compagno di studio invisibile, ma spesso manca la capacità di verificare la fondatezza delle risposte ottenute.
Un limite che rischia di trasformare la comodità digitale in un boomerang formativo per le nuove generazioni.

Per arginare questa deriva, le esperienze più virtuose registrate dall'indagine Indire dimostrano che la soluzione non risiede nell'interdizione tecnologica — una strategia destinata inevitabilmente a fallire fuori dalle mura scolastiche — bensì nella riprogettazione delle consegne assegnate a casa e in classe. I docenti più innovativi stanno modificando i compiti tradizionali prediligendo verifiche orali basate sulla riflessione personale, saggi brevi incentrati sull'analisi di casi studio locali o la tecnica del "prompt engineering" applicata, in cui gli studenti devono correggere deliberatamente gli errori generati da un'intelligenza artificiale, trasformando l'errore algoritmico in un'efficace unità didattica.

Questo cambiamento di paradigma impone tuttavia una profonda riflessione sulla formazione del personale scolastico, che non riguarda esclusivamente i docenti curricolari ma coinvolge l'intera comunità educante, compresi gli assistenti tecnici e il personale amministrativo (ATA), chiamati a gestire infrastrutture di rete sempre più complesse e a garantire la conformità delle piattaforme adottate con le normative europee sulla privacy, come il GDPR. Senza un piano di accompagnamento strutturato, che fornisca agli insegnanti non solo nozioni teoriche ma anche toolkit operativi per riconoscere i testi scritti da chatbot e per valutare l'autenticità dei percorsi di apprendimento, il rischio concreto è quello di acuire il divario digitale tra scuole d'eccellenza e istituti periferici.

L'istituto di ricerca ha evidenziato come l'approccio delle scuole italiane resti frammentato, affidato perlopiù alla buona volontà dei singoli insegnanti piuttosto che a una linea d'istituto strutturata. Chi lavora ogni giorno in classe sa bene che vietare gli smartphone e i software generativi non serve a fermare il fenomeno. Serve invece formare il corpo docente a riconoscere le produzioni artificiali e a stimolare un uso consapevole, trasformando la tecnologia da scorciatoia a palestra di pensiero critico.

Fonti: INDIRE
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